27.4.15

Lo Studio in Rosso e a Panda Piace, guardano Avengers: age of Ultron




Se volete leggerlo, andate sulla pagina dello Studio in Rosso (studio che condivido con Riccardo Torti, Federico Rosso Edrighi, Mauro Uzzeo, Giovanni Masi, Michele Monteleone, Roberto Cirincione e Giulio Antonio Gualtieri) o su quella di Giacomo Bevilacqua.






22.4.15

Avengers - age of Ultron - la recensione


NON CONTIENE SPOILER

A parte che Tony muore.

Scherzo.
Se volete sapere cosa ne penso del primo capitolo, potete andare a leggere QUI, QUI, e QUI.



Per tutti quelli che stanno con il fiato sospeso: respirate.
E' un bel film che migliora tutto quanto visto di buono nella prima pellicola e aggiusta molto di quello che, invece, nel capitolo precedente non funzionava.
Mi ha fatto impazzire e strappare i vestiti?
No. Ma questo è più un problema mio. Diciamo, semplicemente, che se il primo capitolo mi aveva emozionato moltissimo ma anche lasciato forti perplessità in relazione allo script e alle capacità di Whedon di fare cinema vero e non televisione con molti più soldi, questo mi ha convinto molto di più sotto questi aspetti (pur non essendo per nulla esente da critiche) ma mi ha emozionato poco.
Forse perché la carta del "primo film che ha portato a schermo i supereroi esattamente come ho sempre desiderato vederli" era già stata giocata.
Comunque, per quelli che leggono le recensioni solo per sapere se tale film è piaciuto o non piaciuto a tal dei tali, mettete il mio voto favorevole sul taccuino a dedicatevi ad altro, perché da qui in poi sono solo riflessioni a margine.

Iniziamo con parlare delle cose che mi sono piaciute meno in assoluto.
Che, fortunatamente, non hanno nulla a che spartire con il film vero e proprio.

- Adattamento
Io capisco la fretta, capisco che gli anni d'oro del doppiaggio italiano sono ormai passati, capisco che le persone chiamate a fare la traduzione magari non sono appassionate di fumetti Marvel... ma queste non sono buone scuse per affidare tutto l'adattameno a Google Translate, porco giuda. 
"Dobbiamo prendere la MATRIX di Visione?" LA MATRIX?!

- Doppiaggio.
Non sono uno che ama i film doppiati. Ma non sono nemmeno un talebano che si rifiuta di vederne.
Solo che un doppiaggio debole è un doppiaggio debole. E quello di Avengers - age of Ultron - è debolissimo. E' così freddo e mixato in maniera così discutibile che a tratti sembra una colonna audio appicciata (male) sull'audio originale. 

- La stereoscopia. 
Il 3D può essere impiegato male in almeno un paio di maniere. Può essere ininfluente sulla fruizione del film e non aggiungere nulla alla spettacolarità, per esempio. Che ti viene da chiederti che ce l'hanno messo a fare se non per ridere di te e degli orrendi occhialini che ti hanno fatto tenere sul naso per due ore e passa. Oppure può essere dannoso, compromettendo la "leggibilità" di quanto succede a schermo. Ecco, in Age of Ultron hanno raggiunto il non trascurabile risultato di centrare entrambi gli obiettivi negativi. Tutta la prima, lunga, spettacolare, sequenza di combattimento è guastata da una stereoscopia fastidiosissima che ne mina davvero la fruizione. Nel resto del film, invece, te la scordi completamente e l'unica cosa che ti dici mentalmente è che certe scene sono un poco troppo scure (ovviamente è colpa degli occhiali).

- Il pubblico. 
Questo è un discorso da quelli che dei Metallica sentivano i demo tape in cassetta e che poi gli hanno fatto schifo perché sono diventati commerciali, quindi prendetelo per quello che è: lo sfogo di un vecchio nerd che si ricorda di quando essere nerd non era per nulla figo.
Il pubblico, dicevamo.
Un film come Avengers - age of Ultron - oggi attira un pubblico compostoda da bambini (li adoro e spero che crescano bene anche grazie a film come questo), dalla frangia generalista che vede Avengers esattamente come vedrà Jurassic World e che si diverte, o non si diverte, solo in funzione della qualità dell'intrattenimento che la pellicola offre, dai nerd della prima ora (come me) che vedono il film stampato sulla carta gialla degli albi Corno, dai wannabe nerd dell'ultima ora, che per loro gli Avengers sono quelli scritti da Bendis e che quando parlano di "vecchie storie" si riferiscono al ciclo di Kurt Busiek.
E poi le finte nerd.
Ecco, loro sono il male del mondo.
Avete presente quelle ragazze che guardano la partita di calcio insieme ai vostri amici e tifano il doppio di voi, e strillano e si incazzano come se fosse la finale di Champions quando invece è solo una partita per un posto a centro classifica che forse è utile per andare in UEFA e forse no?
Ecco, quelle, ma con la maglietta di Captain America addosso (o con una finto vintage di Star Wars). Quelle che pensano (e lo pensano davvero, è questa la cosa triste) di amare i fumetti di supereroi e non hanno capito che credono di amarli solo perché essere "una che legge i comics" ti da quella marcia sociale in più per fare colpo su un mondo che ormai è dominato da maschi nerd che si eccitano più per un grosso scimmione peloso (scusa Chewie) che per loro.
Il male del mondo. Altro che l'ISIS.


Adesso passiamo a qualche difettuccio del film.

- le cause-effetto
Fermo restando che, sotto questo punto di vista, il film è nettamente migliore del precedente (ma ci voleva poco), rimane il fatto che il meccanismo narrativo di causa-effetto è ancora il punto debole delle pellicole dedicate ai Potenti Vendicatori.
In sostanza, non è mai ben chiaro perché un'azione conduce a un certo tipo di reazione e rimane spesso oscura la ragione per cui certi personaggi fanno determinatre cose o hanno determinate reazioni. O dove vanno. O perchè ci vanno. E cosa fanno una volta arrivati (tipo il bagnetto di Thor).

- l'umorismo
Si calmi, signor Ortolani: le giuro che il LOL è molto più moderato che nel primo film. Ma, di fatto, è comunque la cifra stilistica della pellicola. Non prendersi sul serio va bene. Scherzare con lo spettatore va bene, Ironizzare fuori e dentro al film va bene. Però anche dei giocattoloni divertenti come i film di Star Wasr hanno i loro momenti seri, drammatici, epici. In Avengers non capita mai. E questo mina un poco il coinvolgimento. Perché va bene che la Marvel è simpatica e la DC musona. Ma io ho pianto sulla morte di Jean Grey. E di Gwen. E di zia May (non è vero: ridevo a crepapelle, in quel caso). A me piace il tocco ironico di Whedon, ma quel tocco c'era anche su Buffy e Firefly eppure, quelle serie, avevano anche i loro momenti di autentico dramma, dei momenti di seriosa epicità.
Negli Avengers questo non succede. E tenendo conto che stiamo parlando degli "eroi più potenti del Terra", questa cosa un poco pesa.

- Il respiro whedoniano.
Qui è un discorso complicato. Premesso che io amo molto il Whedon sceneggiatore, ho invece delle forti perplessità sul Whedon regista cinematografico. Perché la sua maniera di vedere le cose continua a essere tanto, troppo, televisiva.
Non so spiegarmi bene. Sul serio, è una questione di respiro.
Per capirsi: c'è molto più spettacolo ed emozione nell'automobile che passa attraverso tre grattacieli di FF7 che in tutta la battaglia finale di Age of Ultron. E non è che sia girata male, eh? Anzi.
E' proprio che ho l'impressione che Whedon gestisca male il tempo. Non lascia "posare" le cose per poi ripartire, non permette allo spettatore di godersi l'afflato epico di quello che racconta.
Gli manca, in sostanza, il grandeur che fa del cinema, il cinema.
Per questo, a conti fatti, questo nuovo Avengers mi è sembrato il secondo episodio della più maestosa serie televisiva di tutti i tempi, più che il blockbuster dell'anno.


Ma ora passiamo alle note positive che è tardi e devo andarmi a rivedere il secondo teaser di Guerre Stellari.

- Whedon è un fan. 
Questa è una cosa importante. Whedon ama davvero la materia che sta trattando, ne conosce bene la storia e la rispetta. Tanto è vero che il ciclo di albi a cui questo film è maggiormente debitore è quello di Roy Thomas, in particolare dal n. 60 della testata in poi. E proprio per questa ragione il centro emotivo di tutto il film pesa sulle spalle dei personaggi favoriti di Thomas, quella manica di reietti e ex-criminali, con cui Cap rifonda i Vendicatori: Occhio di Falco, Vedova Nera, Quicksilver e Scarlett Witch. E questa cosa, rispetto al primo film dov'erano i pezzi da novanta a dominare la scena, dona alla seconda pellicola un'umanità maggiore, un maggiore spessore e calore.
In sostanza il film è molto più attento alle psicologie dei personaggi e molto più curato nell'aspetto della caratterizzazione.

- Whedon ama i dialoghi brillanti.
E (adattamento e doppiaggio a parte) la cosa è evidente. Non c'è un dialogo brutto in tutto il film. 
Non uno.

- Whedon si sta impegnando per garantire una spettacolarità che non gli appartiene.
Sia chiaro, il buon Joss non sarà mai Michel Bay in termini visivi. Ma nemmeno Justin Lin. O Abrams. Ma si impegna. E tra nuove seconde unita di pregio, effetti speciali decisamente migliorati, e una maggiore consapevolezza generale, si porta a casa una scena davvero notevole (il combattimento tra Hulk e l'Hulk Buster), e un paio di scene discrete (quella d'apertura e, in tono minore, il combattimento finale).

- Whedon capisce i suoi errori e li corregge.
Il primo Avengers era molto debole nel trattare personaggi come Vedova e Occhio di Falco.
Qui la maggior parte dell'attenzione è riservata a loro. Certo, Iron Man-Tony Stark è comunque un motore importante, ma è si mangia meno il film che nel capitolo precedente (anche perché il buon Downey Jr. sembra un poco svogliato).

- La continuity
Age of Ultron mette in fila tutti gli elementi di continuity sparsi nei film Marvel precedenti, facendone emergere un universo cinematografico coeso. E' la prima volta che una cosa del genere succede al cinema. Non è roba da poco, come concetto.

In conclusione: scrivendone e ripensandoci a mente fredda, queste Avengers - age of Ultron - mi è sembrato meglio di quando l'ho visto in sala. 
Mi toccherà rivederlo.
In lingua originale, sia chiaro.













28.3.15

Fast & Furious 7 (Furious 7) - la Recensione -



E come lo giudichi un film come Fast & Furious 7?
Intendo, come fai a parlarne senza fare una di quelle stucchevoli recensioni per gli amici della cumpa, tutte esaltate e piene di tormentoni dialettici? E, di contro, come fai a spiegare che, a parte le macchine che volano (nonostante Pual Walker dica due volte il contrario, nel film), nonostante la coattaggine suprema di Vin Diesel e The Rock, nonostante la quantità di inquadrature a "uso culo", il film è un gioiello registico, senza finire per sembrare un insopportabile precisino che vuole mondarsi di una materia tanto triviale buttandola sul tecnico?
Partiamo dalle cose semplici: il regista.
James Wan.
Ha diretto il seminale Saw, i due ottimi capitoli di Insidious, l'ottimo The Conjuring e altre cose non di livello così significativo.
E' un regista horror, se dovessimo badare alle etichette.
Ma dopo aver visto Furious 7 le etichette possiamo anche gettarle nel cestino, perchè James Wan è un regista e punto. Uno bravo, intendo.
Capace di girare roba di un livello spettacolare insensato, con l'ausilio di pochissimo digitale, ricorrendo ai cari vecchi stunt e ai cavi. Di saper sfruttare gli attori, Di saper riprendere tanto delle ottime scene di combattimento (a mani nude o con le armi da fuoco, è lo stesso), quanto delle splendide scene di inseguimento.
Se proprio devo trovargli un difetto rispetto al decano della serie (quel Justin Lin che ha saputo trasformare e rinnovare il brand di F&F), potrei dire che gli manca il gusto per l'aspetto glamour-coatto che ha sempre caratterizzato le scene notturne della serie.
Per spiegarla in due parole: non ci sono luci led e al neon, in questo settimo capitolo.
Ma ci sono molti, molti, molti, più culi. Inquadrati a tutto spiano. E senza sacrificare mai l'aspetto narrrativo. Mica poco.

Lato scrittura.
Questo è forse il capitolo più razionale della serie.
Introduce tre nuovi personaggi. Uno giustificato solo dall'avvenenza di chi lo interpreta (la bella Nathalie Emmanuel). Uno figo (ma ci vuole poco: è interpretato da un Kurt Russell particolarmente in forma e gigione) e uno mastodontico: Deckard Shaw. Il fratello cattivo del cattivo del film precedente. Un Jason Statham che capisce che questa è l'occasione della sua vita e da una prova enorme. Sul serio, A cominciare da come il personaggio viene introdotto (una sequenza iniziale ospedaliera da antologia del cinema action) per proseguire attraverso dei momenti da badass assoluto, fino ai due scontri fisici, uno con Dwayne "The Rock" Johnson, e uno con Vin "Toretto" Diesel, Statham si prende il film, si prende la serie, e la fa sua.
Per il resto, razionalizzazione, dicevamo. Si riduce il cast, ci si concentra sui personaggi, e si da un sacco di spazio a Paul Walker, per ovvie ragioni.
In termini molto semplici, tutto l'equilibrio della pellicola ne guadagna.
Per la prima volta nella serie, Paul -Sagoma di Cartone Accanto a Vin Diesel - Walker, non è una sagoma di cartone. Ha alcune delle migliori scene action e i momenti più emotivi e umani della pellicola. Una roba che ti viene da dire: peccato che sia dovuto morire per avere il suo momento perché forse avrebbe potuto dare di più, se solo qualcuno si fosse preso la briga di sfruttarlo un minimo.

Cosa resta?
Ah, sì. Le scene d'azione.
Non so come spiegarvele.
Il cinema di movimento è il mio cinema. Ne ho visto tanto. E raramente qualcosa mi stupisce.
Ecco, Furious 7 mi ha stupito. Mi ha emozionato. E mi ha tenuto in tensione, anche nelle scene in cui sapevo benissimo che nessuno dei personaggi protagonisti poteva fare una brutta fine.
Si potrebbe parlare della macchina più cara del mondo che passa attraverso due grattacieli.
O di The Rock che avanza con una mitragliatrice gatling. O della scena in cui le automobili vengono lanciate dall'aereo. O della scazzottata tra The Rock e Statham. O di quella tra Statham e Vin Diesel.
O dell'assalto al convoglio blidato. O della bella sparatoria di Walker nel palazzo.
Ma sarebbe inutile.
E' una roba che va vista. E poi rivista.
Fino a imparare tutte le battute smargiasse a memoria.

In conclusione, il punto è semplice:
dal quarto capitolo in poi, la serie di Fast & Furios rappresenta un'eccellenza nel campo dell'action.
Un prodotto non derivativo di qualche giocattolo o di qualche fumetto che umilia qualsiase robottone o supereroe che prova a mettersi sul suo cammino e che annichilis e qualsiasi critico con la puzza sotto al naso. Grade intrattenimento. Grande spettacolo. Grande cinema di movimento.

Perché se credevate che questa fosse una rissa da strada... avevate ragione.




25.3.15

Non sei degno di Tex.



La prima volta che ho incontrato Mauro Boselli, mi ha chiesto se io i fumetti li volevo fare davvero o se mi servivano solo i soldi per comprare il motorino.
All'epoca mandavo in edicola ogni mese John Doe e Detective Dante. E avevo venticinque anni.
La seconda volta mi ha bocciato una trentina di tavole di Zagor e ha messo seriamente in discussione le mie velleità di sceneggiatore.
Questo per dire che Mauro Boselli non è un carattere facile.
E' spigoloso. E' brusco. E non te le manda a dire.
Mauro appartiene (con un certo compiacimento da parte sua) a quella scuola di uomini duri come G.L. Bonelli, Mickey Spillane, Renato Queirolo, Gunny Highway, Terence Fletcher e il sergente Hartman.
E lavorarci NON è facile.
E ve lo dico perché ci lavoro, a piccole dosi, ma ci lavoro.

Mauro è anche il miglior professionista del settore che conosco.
Uno sceneggiatore bravissimo e, ancor di più, un editor di rara competenza, capace di gestire, ogni mese e da solo, una mole di pagine mensili pari a quante un editor USA gestisce in due anni.
Esigente allo sfinimento, Mauro tiene in piedi da solo la produzione di uno dei personaggi a fumetti più venduti del mondo. Da quando Mauro è alla guida di Tex, il ranger non solo ha ritrovato una stabilità nelle vendite, ma ha pure acquisito una coerenza e una qualità generale che per lungo tempo gli era mancata. Come se questo non bastasse, Mauro è anche l'artefice del rilancio di Zagor (non è eccessivo dire che se oggi Zagor è una testata solida e in grado di affrontare l'attuale stagione del mercato, in gran parte è merito suo) e della creazione (insieme a Maurizio Colombo) di Dampyr, un personaggio che vive nelle edicole da quindici anni.
Se siete degli esterofili, cerco di spiegarvelo con un esempio: Boselli sta alla Bonelli come Bendis sta alla Marvel. Forse di più.

Tutto questo significa che Mauro ha tutte le ragione del mondo nella questione con Mike Deodato Jr.? No.
Mauro ha largamente torto, perché nello scambio di mail (private e diffuse dall'autore brasiliano) avuto con Deodato Jr., Mauro sbaglia quasi tutto lo sbagliabile nei modi: non usa le rituali formule di cortesia nei saluti tanto care agli americani (a conti fatti, Deodato lavora da così tanti anni con gli USA che si sarò abituato ai loro salamelecchi), usa il caps-lock, usa l'imperativo, è brusco, è diretto, e prende un abbaglio quando chiede a Deodato Jr. di non rilasciare ulteriori interviste sul suo desiderio (puro e non legato a questioni economiche) di disegnare Tex, visto che le interviste rilasciate dall'autore, erano vecchie.

Ma, modi a parte, la questione è molto semplice:

- Deodato Jr. ha detto ovunque che aveva il desiderio di disegnare una storia del ranger, in quanto fan del personaggio. Ha anche realizzato, di sua sponte, delle illustrazioni a riguardo.

- La Bonelli, venendo a sapere di qiuesto interesse, si è messo in contatto con l'autore.

- Non si è trovato un accordo economico perché Deodato ha chiesto una cifra non ragionevole per gli standard della casa editrice.

Che c'è di strano in questo?
Dove sta il dolo?
Perché, oggi, Deodato Jr. chiede la testa di quest'editor che (a suo dire) avrebbe offeso lui e il buon nome della casa editrice per cui lavora?
Perché tira per la giacchetta Sergio Bonelli, facendo finta di conoscere quale sarebbe stato il suo pensiero a riguardo?
Perché diffonde lettere private tra lui e un possibile datore di lavoro, fregandosene che è una cosa illegale?
Perché continua da due giorni a rilasciare interviste in cui dice cose ben oltre il limite della diffamazione?
Perché i siti USA che riportano le dichiarazioni di Deodato non si sono presi la giornalistica preoccupazione di sentire anche l'altra campana?

Io le mail le ho lette e sono ragionevolmente certo che -se siete appassionati di fumetti- le avete lette anche voi. Volete sapere cosa vedo?
Vedo il carattere difficile di Mauro.
E vedo un autore che prima ha detto che il denaro non era un problema, e poi ha chiesto un pagamento per delle tavole (a matita) che non solo era superiore a quello del più pagato autore Bonelli, ma che era anche parecchio sopra gli standardi del 90% degli autori USA.
Fine.
Tutto il resto sono le chiacchiere inviperite di un autore che era convinto che avrebbe trovato un tappeto rosso davanti a lui in quanto (discutibile) stella del fumetto americano, e che invece si è trovato davanti un editor che non si è lasciato impressionare.
Del resto, Tex non è fumetto per signorine... o per primedonne.

Quanto agli autori italiani che, a detta di Deodato Jr.  sono stati trattati ugualmente male da Mauro ma che sono troppo spaventati per parlare, varrebbe la pena di fare un elenco dello stuolo interminabile di straordinari disegnatori, nazionali e internazionali, che per la Bonelli ci hanno lavorato, ci lavorano, e ci lavoreranno, gente come Pratt, Toppi, Kuber, Bernet, Magnus, Liberatore, Manara, Breccia, Parlov... e tanti, tanti, tanti, altri.

C'è veramente bisogno di aggiungere altro?


20.3.15

Robe porno del RRobe


Ho aperto un tumblerino appiccicoso come una caramella nella bocca di un'adolescente.
Lo trovate QUI. E' pieno di disegnetti zozzi non adatti all'ufficio.
Enjoy.

6.2.15

Italiano Medio - la recensione e un paio di considerazioni marginali -


E' un buon film.
Porta sullo schermo molti degli stilemi di Maccio Capatonda ma non si fa schiacciare da essi, riuscendo a costruirsi una propria identità. Non è, insomma, una serie di scenette appiccate l'una all'altra.
E questo era il primo pericolo.
Fa ridere. Spesso.
E questo era il secondo pericolo.
Non tradisce lo spirito della comicità di Capatonda.
E questo era il terzo pericolo.
E' girato degnamente. Sia chiaro, non è Fincher, ma non ci sono le atrocità in termini di grammatica cinematografica base che spesso si vedono nei film dei comici italiani.
E questo era il quarto pericolo.
Non è eccessivamente retorico. Per carità, lo è, perché se cerchi di stigmatizzare i mali di un'intera società r cultura, la retorica e la generalizzazione è inevitabile. Ma nel suo dire merda di questo paese e di chi lo anima, il film ha uno sguardo abbastanza impietoso verso tutti, tanto i "cattivi" quanto i buoni, e questa cosa lo redime parecchio.
Per il resto, la pellicola ha debiti evidenti tra i più disparati (basti dire che passiamo da Fight Club a Fantozzi fino al primo Nanni Moretti) ma questo non è per nulla un male, visto che il risultato complessivo è un'amalgama riuscita.
Il film parte benissimo, poi si dilunga un poco nel mezzo ma si riprende ottimamente nel finale.
Belli tutti i personaggi, a eccezione di quello interpretato da Lavinia Longhi. Lei è brava ed è chiamata al compito ingrato di rappresentare l'unico "non mostro" del film, ma cade vittima della consueta poca attenzione che la maggior parte degli sceneggiatori maschi (me compreso) dedicano alle figure femminili. Nel caso specifico, non è proprio chiaro perchè la povera Franca (questo il nome del personaggio) ci venga presentata inizialmente come l'unico personaggio equilibrato in un mondo di pazzi, e poi accetti una conclusione finale dettata solo dalla tesi del film, e non da reali motivazioni narrative.
Comunque sia, il primo film di Capatonda non sono due ore di vita perse e vale la pena vederselo al cinema perché no, "a casa sulla televisione che tanto è uno sketch allungato" non è la stessa cosa.

E ora passiamo a un paio di considerazioni.
Tutti quelli del settore con cui ho parlato dopo la proiezione in anteprima, al film non ci credevano.
Anzi, si aspettavano un bagno di sangue. Si diceva che il periodo d'oro di Maccio era quello di Mai Dire Gol e che ormai era passato. Che il suo tipo di comicità al cinema non poteva funzionare. Che era un film troppo cattivo.
Risultato: successo. No, scusate: SUCCESSONE.
E allora il fronte d'attacco è cambiato.
Adesso la voce dell'intellighenzia dice che sono buoni tutti a staccare i biglietti quando sei sostenuto dalla televisione, che il successo è arrivato solo grazie alla serie su MTV e che, proprio perché sei nato come un personaggio televisivo, la tua roba non è cinema.
Adesso, sarò scemo io: ma Benigni diventa famoso con la televisione e poi arriva al cinema. Sordi trova la sua prima, vera, popolarità, con la radio e la TV. Troisi viene conosciuto da tutti con i programmi televisivi e solo dopo fa cinema. Verdone idem. Belushi e tutti quelli del Saturday idem. Ma di che stiamo parlando?
Ora, sia chiaro, come regista Capatonda sa fare l'ABC, e lo fa in maniera corretta e senza sbavature, che rispetto ad un Antonio Albanese, per dire, è già un miracolo. E non è che il primo Moretti fosse molto più articolato come linguaggio cinematografico, eh?
Quello che conta è che il film sia girato bene e con sobrietà e scritto meglio.
Questo Italiano Medio è buon cinema. Non un capolavoro, ma una notevole opera prima.
Fatevene una ragione.
E copulate di più.


4.2.15

Ciao, Ade.


Oggi tutti lo ricordano come una persona disponibile e gentile.
E lo era, senza dubbio.
Ma io, nei suoi anni del fumetto, me lo ricordo come uno dal carattere difficile, provocatore, polemico, vitale, incazzoso, insofferente a certi meccanismi del sistema e a certi atteggiamenti.
Ade è stato il primo a creare un personaggio bonellide capace di battersela con quelli di Via Buonarroti e di reggere negli anni. Molti anni.
Ade è stato uno dai primi a fondare una propria casa editrice indipendente e libera, dove ha potuto raccontare le storie che gli altri non gli davano modo di raccontare e poi ha dato la stessa libertà ad altri autori, affermati e non.
Ade è stato uno capace di andarsene.

Insomma, per me, un modello.
Come ha detto meglio di me il buon Leo Ortolani, Ade ha indicato una via.
E io gli dico grazie.



28.1.15

di John Ghost e di Dylan Dog 341


Domani esce Al Servizio del Caos, albo 341 di Dylan Dog.
Ai disegni Angelo Stano (firma copertina, prologo ed epilogo della storia, oltre ad aver realizzato il character design di John Ghost) e Daniele Bigliardo (che illustra gran parte dell'albo).
Qui di seguito vi posto i testi che arricchivano l'albo a tiratura limitata, distribuito in quel di Lucca Comics & Games 2015, dedicato a John Ghost.



NON CHIAMATELA NÈMESI.
di Roberto Recchioni

nèmeṡi s. f., letter. – Propr. nome proprio, Nemesi (gr. Νέμεσις, lat. Nemĕsis), personificazione nella mitologia greca e latina della giustizia distributiva, e perciò punitrice di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo. Con uso fig., n. storica, espressione riferita ad avvenimenti storici che sembrano quasi riparare o vendicare sui discendenti antiche ingiustizie o colpe di uomini e nazioni;è una n., a proposito di un avvenimento considerato come un atto di giustizia compensativa. Talvolta anche col sign. generico di punizione o vendetta, con carattere di ineluttabile fatalità.

Questa la definizione del dizionario.
Curioso come poi, nell'uso comune, la parola nèmesi finisca per assumere un significato del tutto diverso. Si dice, per esempio, che Xabaras sia la nèmesi di Dylan Dog,
Eppure il vecchio rianimatore di cadaveri non punisce affatto chi turba l'ordine dell'universo. Semmai, è lui stesso ad attentare l'ordine in nome del caos. E fortuna che in più occasioni è arrivato Dylan a fermarlo. Ecco, in questa accezione, Dylan è sicuramente la nèmesi di Xabaras ma non il contrario. Nemmeno John Ghost è una nemesi dell'inquilino di Craven Road. Se vogliamo, potrebbe essere definito come il suo contrappunto, la sua antitesi. Lo yin del suo yang.
Bello. Freddo. Dotato di una spietata intelligenza. Ricco. Ama le cose di lusso e di circonda di arte.
Il suo sarto preferito è Henry Poole & Co, la sartoria degli uomini più potenti d'Inghilterra. Ama gli scritti di Raymond Carver (ma solo perché sono brevi e non significano nulla, secondo lui) e i Beatles. Tra John e Paul, preferisce Paul ma solo perché conosce il suo segreto.
Non ama il cinema ma quando vuole rilassarsi ama i videogiochi. E' un profondo conoscitore della tecnologia moderna e un abile manipolatore dei mass media. Ma la sua vera passione è l'animo umano. La sua citazione favorita è: “fai ciò che vuoi” di Aleister Crowley.
Il campo in cui John Ghost eccelle è il caos.

“In principio era il Verbo, e Verbo era presso dio, e il Verbo era Dio”, così riporta il vangelo di Giovanni, nel primo secolo dopo Cristo. “Per primo fu il Chaos”, scrive invece Esiodo nella sua Teogonia, sette secoli prima. Il caos, la forza primordiale del vuoto, il buio che risucchia ogni cosa, secondo i greci. Dal marasma del caos nasce invece l'ordine secondo gli egizi, ma il caos, sempre nella teologia eliopolitana è anche una forza distruttrice da arginare e contenere attraverso la magia e la conoscenza che gli dei hanno donato agli uomini. Nelle culture orientali, invece, il caos è una forza distruttrice e disordine, ma è anche la causa del cambiamento e quindi, della rinascita. Nella fisica, il caos è la misura del disordine, l'entropia.

Il caos: una forza primordiale che precede le stelle, il disordine di tutte le cose, l'inevitabile apocalisse, l'alpha e l'omega dell'universo stesso. Ma cos'è il caso per John Ghost?
Un datore di lavoro esigente e capriccioso. Capace di donargli grandi poteri ma anche enormi responsabilità. Perché è il caos che ha ucciso i dinosauri. E sarà sempre il caso a sterminare la razza umana e a fare la vita a qualcosa che ne prenderà il posto.
Potrà John Ghost trovare l'equilibrio tra i suoi interessi personali e l'indifferente orrore cosmico voluto dal suo capo? E riuscirà Dylan Dog a resistergli in qualche maniera?

Tutte domande che troveranno le loro prime risposte nell'albo 341 dell'inedito mensile dedicato a Dylan Dog, in edicola a fine gennaio 2015. In questa storia assisteremo al primo incontro tra l'Indagatore dell'Incubo e quello che noi definiamo come un Agente del Caos e pur non volendo rivelare troppi dettagli per non rovinarvi il gusto della sorpresa, possiamo dirvi sin da subito che non esiste Bellerofonte senza la sua Chimera. E che tra i due non scorre mai buon sangue (ma cattivo sì, e anche parecchio).
Nel frattempo, godetevi questa piccola anteprima assolutamente esclusiva.

Che il Caos salvi la regina!


VESTIRE IL CAOS
di Angelo Stano

John Ghost appartiene a una ristretta elite finanziaria di uomini di potere. La sua posizione sociale, unitamente al suo aspetto, misurato ed elegante gli conferisce un indubbio fascino. Come è facile immaginare, non si fa mancare, anzi ostenta, ogni bene di lusso, ma manifesta anche un gusto raffinato nel circondarsi di oggetti di alto valore estetico, che alimentano il proprio gigantesco narcisismo.Tuttavia la sicurezza e arroganza che porta con se, tradisce una natura perversa e malvagia.
Per la realizzazione grafica di questo personaggio, il nuovo arcinemico di Dylan Dog, che dovrebbe entrare nella galleria dei grandi "villain" del fumetto, ho cercato di rifuggire dai classici stereotipi dei cattivi, dai tratti marcati, sguardo arcigno, ghigno stampato sulla bocca, aspetto truce e via dicendo, puntando invece su una immagine più sfumata e ambigua.
Dietro suggerimento di Roberto, ho preso inizialmente spunto dal volto dell'attore Michael Fassbender, soprattutto nella rappresentazione del suo profilo, caratterizzato dalla fronte ampia e arretrata. Dei tratti frontali, ho conservato lo sguardo e il taglio della bocca. Per il resto ho preferito discostarmene.
Ho aumentato la larghezza della mascella e diminuita quella del cranio. Le orecchie rientrano nell'ovale del volto. Ho rafforzato e inarcato le sopracciglia, i capelli corti sono da intendersi rossicci di colore.
La figura è slanciata, robusta e elegantemente abbigliata con un completo bianco (inizialmente era stato disegnato scuro), giacca abbottonata e fazzoletto nel taschino. Il tutto dovrebbe conferire al personaggio un'aura di uomo carismatico e sicuro di se.
Ma è soprattutto nella messa in scena e nell'azione, che questo personaggio rivela tutta la sua anima nera. Il suo sguardo è freddo. Il sorriso sottile, inequivocabilmente sarcastico.Il suo atteggiamento, imperturbabile e sprezzante, non tradisce alcuna emozione. In definitiva, un uomo che sembra perseguire un piano diabolico che minaccia Dylan e l'intera umanità.