19.12.14

Big Hero 6 - la recensione -



Dividerò questa recensione in tre parti:

- quella dello spettatore normale, che entra al cinema, si siede, e non pensa a nulla se non a guardarsi (e magari a gustarsi) il film.

- quella del narratore, che un film lo studia e se lo smonta in testa, per cercare di capire cosa gli piace, cosa non gli piace, e perché.

- quella dell'addetto ai lavori che, in base alla sua esperienza e a quello che sa del settore, cerca di vedere oltre il film.

In ordine di importanza, queste tre parti hanno rispettivamente il valore di cento, dieci e uno.
Quindi, non facciamo che poi date peso alle cose che peso non dovrebbero averne.


IL PARERE DELLO SPETTATORE NORMALE
In sole sei parole: questo film mi ha reso felice.

Andate a vedere senza remore.


IL PARERE DEL NARRATORE.
Il livello tecnico è fuori scala.
Come già per Rapunzel e Ralph Spaccatutto, la Disney umilia qualsiasi altro studio di animazione in CG. Non c'è Pixar o Dreamworks che tengano. Siamo proprio su di un altro pianeta.
Credevate che la scena del volo del drago in Dragon Trainer 2 fosse bella? Ecco, qui ce n'è una analoga ma superiore. Pensavate che gli effetti materici e particellari messi in campo dalla Pixar negli ultimi film fossero lo standard qualitativo massimo? Ecco, Big Hero 6 li ridefinisce da capo.
L'unica cosa con cui questo film è comparabile è, appunto, Rapunzel. E, per capirsi, Rapunzel è uno dei più costosi film d'animazione in CG mai realizzato (se non il più costoso).
Sul livello prettamente artistico, anche qui, siamo fuori scala. Design meravigliosi (Kabuki è uno dei cattivi più belli di sempre), gusto squisito, attenzione maniacale in ogni dettaglio.
Con poche linee minimali e con un lavoro d'animazione che sfiora il miracolo, quelli della Disney fanno innamorare gli spettatori di un pupazzone bianco di plastica gonfiabile in, più o meno, venti secondi. Ripeto: fuori scala.
Se proprio vogliamo trovare un difetto, si può dire che il canone di caratterizzazione dei personaggi umani definito dal lavoro di quel genio di Glen Keane e poi ripreso da chiunque altro, comincia a essere sin troppo standardizzato e che, forse, sarebbe ora di andare avanti.
C'è pure da ammettere però che in questo caso è declinato talmente bene che chissenefrega.
Per quello che riguarda la storia, che dire? E' bella per quanto semplice e fedele quasi in maniera dogmatica ai precetti narratologici di Robert McKee. Tre atti, arco narrativa dell'eroe e via dicendo.
Uno spettatore minimamente smaliziato capirà l'unico colpo di scena presente con eoni di anticipo e, in linea generale, non verrà sorpreso da nessuno sviluppo della storia.
MA... non è importante.
Perché tutto è servito talmente bene  che il coinvolgimento emozionale ci sarà comunque.
Aggiungete al tutto una regia davvero sapiente e una bellissima colonna sonora e un nuovo classico istantaneo della Disney è servito.

Andate a vederlo senza remore.


IL PARERE DELL'ADDETTO AI LAVORI
Ci sono molti aspetti di cui parlare.
Il primo è quello che, di fatto, questo è il primo film della Disney tratto da una proprietà intellettuale della Marvel (QUI trovate la scheda del fumetto originale). Il film però, non ha il marchio della Casa delle Idee e non si iscrive affatto nell'universo dei personaggi Marvel. Curioso.
La Disney ha preso l'idea di alcuni personaggi, li ha riscritti e reinventati  e li ha calata in un universo narrativo nuovo di zecca. In sostanza, hanno preso un supergruppo della Marvel (di terzissima fascia) e ci hanno creato il primo supergruppo, di primissima fascia, di casa Disney.
Operazione stramba, più che altro perché non se ne capisce bene il bisogno visto che i personaggi originali della Marvel non erano nulla di speciale o originale e, se non fosse stato per il lavoro di reinvenzione operato dalla Disney, nessuno li avrebbe filati di striscio.
Quello che si evince da tutta l'operazione è la smania della Disney di avere proprietà intellettuali proprie, nel segmento dei supereroi. E ci riesce anche bene, sia chiaro.
L'unica domanda è: perché?
AVETE LA MARVEL CAZZO, FATE UN FILM COSI' BELLO CON I VENDICATORI E MI FARETE FELICE PER SEMPRE!!

Ma quindi di elementi Marvel non ce sono, nel film?
Al contrario.
Tanto cast artistico è della Casa delle Idee ma anche tante citazioni dirette o indirette, a cominciare da Stan Lee (che appare in un quadro e in una scena dopo i titoli di coda che non vi posso rivelare senza fare spoiler).
E, a proposito di Stan Lee, vorrei dire una cosa:
premesso che io nella disputa tra Stan "the Man" e Jack "the King", ho sempre pensato che Kirby avesse ragione di essere incazzato ma si prendesse troppi meriti e che non riconoscesse al sorridente il suo giusto ruolo, trovo comunque che l'attuale celebrazione di Stan Lee e la completa omissione di Jack Kirby sia una cosa da voltastomaco. E questo Big Hero 6 non ha migliorato la questione, anzi.
Altra nota interessante (e inquietante) è come tutto il film sia pensato per far presa in primo luogo sui mercati asiatici, Cina e Giappone in testa.
La città in cui è ambientata la vicenda si chiama San Fransokio, tutti i personaggi e gli oggetti sono un misto culturale e raziale tra oriente e occidente. E, per carità. se guardassimo la cosa sotto il punto di vista della fratellanza culturale, sarebbe bellissimo. Peccato che, invece, tutto puzzi lontano un miglio di "i cinesi e i giapponesi sono più di un milardo e mezzo di persone. L'economia del presente e del futuro è la loro. Iniziamo a mettere eroi giappo-cinesi nelle nostre storie, SUBITO!"
Insomma, se fosse stato fatto con intenzioni più nobili e meno palesemente commerciali, sarebbe stato meglio. Ma del resto, Hollywood è riuscita a sfornare un remake di Karate Kid ambientato in Cina dove il protagonista impara il Kung Fu... che pretendiamo?

Andate a vederlo solo se non siete allergici alle smaccate operazioni di marketing.

E con questo è tutto.
Ho amato questo film e lo rivedrò più volte. Spero che lo facciate anche voi.

















17.12.14

Ronin di Frank Miller


E' uscita la nuova edizione della Lion.
L'edizione è molto bella e di grande formato.
Al suo interno, una mia postfazione (come già capitato per Il Ritorno del Cavaliere Oscuro).
Ve la propongo.

FRANK MILLER, IL BUSHI.
di Roberto Recchioni

La via del samurai è la morte.
La via del ronin è il disonore. 
La via di Frank Miller è il segno e la parola. Elementi uniti insieme, in un solo colpo di spada.

Nel 1982 Frank Miller è un autore di venticinque anni che ha appena messo sotto la cintura una straorinaria run di storie sulla testata Daredevil in cui  si è divertito a sperimentare un'ardita commistione tra il noir, il supereroistico e i film di arti marziali (di ninja, in particolare, che in quegli anni sono di gran moda negli USA), tra il fumetto classico americano (quello di Will Eisner, per capirsi), quello di supereroi, quello europeo e (cosa assolutamente inedita per il periodo) il manga.
Miller, infatti, in quegli anni è incappato in un capolavoro del fumetto giapponese, quel Kozure Ōkami che poi sarà conosciuto in tutto il mondo come Lone Wolf & Cub. 
Non lo può leggere, Miller, perché i volumi di cui è in possesso non sono tradotti, ma questo non gli impedisce di capire lo straordinario portato della narrativa per immagini messa in scena da Kazuo Koike e Goseki Kojima (i due autori dell'opera) e rimanerne travolo. 
Ma non basta. Perché proprio come tutti i giovani incazzati e di talento, Miller è affamato e onnivoro e oltre che agli Usa e al Giappone, il suo sguardo spazia anche verro l'Europa, dove incappa nelle straordinarie pagine di Moebius e Hugo Pratt. Così, quando Jim Shooter propone a Miller di realizzare una graphic novel per la Epic, linea adulta della Marvel, l'autore ha già in testa un'idea precisa di cosa gli piacerebbe fare: una storia ambientata tra i Giappone feudale e il futuro, disegnata a mezza via tra il manga, il fumetto francese e quello italiano. Il tutto deformato e fatto esplodere alla maniera dei comics USA. Una provocazione artistica e culturale, un fumetto d'autore sabotato dalla cultura pop e sparato a tradimento contro il lettore di supertizi in calzamaglia.
Consapevolmente o meno, il progetto che Miller inizia delineare è un'opera che concettualmente somiglia in maniera pericolosamente eccitante a quanto fatto pochi anni primi dai i mostri sacri del fumetto mondiale sulla rivista Métal Hurlant. 
E' qualcosa che nel bigotto, noioso, perbenista, panorama del fumetto americano dell'epoca, non si è mai vista. Qualcosa che, forse, non è adatta per la Marvel di quegli anni ma che è perfetta per la DC, che all'inizio degli anni '80 sta iniziando a fare interessanti esperimenti in ambito editoriale e che con la miniserie Camelot 3000 ha dato il via alla pubblicazioni di miniserie più o meno lunghe, edite in edizioni di particolare pregio (per quegli anni, in cui i fumetti erano stampati su carta di pessima qualità). Miller viene quindi sedotto dall'illuminata editor Jenette Khan (la stessa mente illuminata che, pochi anni dopo, darà il via per opere come il Ritorno del Cavaliere Oscuro dello stesso Miller, per il Watchmen di Alan Moore, per l'Hellblazer di Moore-Delano e per il Sandman di Neil Gaiman) e si mette al lavoro.
E' una lavorazione anomala per Miller che si impone di lavorare come lavorano gli europei, scrivendo l'intera sceneggiatura vignetta per vignetta, non limitandosi a quel grosso plot riassuntivo tipico del metodo all'americana reso celebre da Stan (Lee) e Jack (Kirby).
Con la stessa tecnica di sceneggiatura, Miller scriverà tutte le sue opere più importanti (e più solide) della sua carriera (dal già citato Ritorno del Cavaliere Oscuro a Batman: anno uno).
Una volta completato lo script, si passa ai disegni. 
E qui Miller si diverte e si lascia andare. Da una parte porta coerentemente avanti il discorso già iniziato su Daredevil, sviluppando la narrazione su vignette a tutta fascia sovrapposte, frammentando l'azione in mille dettagli e dilatando i tempi narrativi (forte, in questo senso, l'influenza del fumetto orientale). Dall'altra parte, è sul segno che Miller sperimenta di più.
Non dovendo più sottostare alle chine violente (ma bellissime) di Klaus Janson, l'autore si permette il lusso di andare in direzione opposta e contraria, lasciandosi influenzare dai tratteggi ordinati e ossessivi di Moebius e dal feroce intreccio di linee di Kojima.
Forse per l'unica volta nella sua carriera di artista, Miller cerca il semitono, la sfumatura, il grigio.
Il risultato è interessante ma discontinuo. 
Evidenti e a tratti mal digerite le varie influenze, alcune pagine di Ronin hanno però un'efficacia e una visionarità che mai più si riscontrerà nell'opera del sindaco di Sin City. 
E' comunque nella pura e semplice narrazione per immagini, negli attimi che l'autore decide di mostrarci e nel modo in cui questa serie di attimi si legano l'uno all'altro, che l'opera trova la sua eccellenza. In quello e nella storia, che è bizzarra, originale e ardita, e che rappresenta all'interno del corpo dell'opera milleriana quasi un elemento alieno.
In sostanza, Ronin è, al tempo stesso, la meno e la più rappresentativa delle opere di Frank Miller.
Una lettura indispensabile per chi lo ama. Una possibile grande sopresa per chi lo odia.

Prima di chiudere, mi permetto una curiosità:
provate a confrontare la scena di quando il ronin protagonista della storia di Miller si risveglia, entra nel negozio del rigattiere, ritrova la sua spada e poi entra nel bar e fa una strage, con la scena del film Pulp Fiction in cui Bruce Willis si arma per andare a fare a fettine di Zed e dello storpio. Poi guardate le date delle due opere.
C'è una ragione per cui Frank Miller è Frank Miller. Non scordatevelo mai.

16.12.14

Lo Hobbit: la battaglia delle cinque armate - la recensione -


144 minuti.
10 di prologo con Smaug che fa quello che deve fare e finisce come deve finire (sigh).
44 di chiacchiere, scene di raccordo, fegatelli e tutta quella roba strettamente indispensabile per darla da bere al pubblico e far credere che si è raccontata una storia.
90 minuti di una sola, lunga, estenuante, infinita, battaglia. Girata benissimo.
Praticamente è come il terzo atto dell'Ultimo dei Mohicani, solo che dura tutto il film.
Ma come cazzo faccio a dirvi che il terzo capitolo de Lo Hobbit è un brutto film?
Intendiamoci: sono certo che una parte bella ampia del pubblico lo odierà.
Che dirà che è, appunto, solo una lunghissima e non necessaria baruffa.
Che Jackson ha allungato il brodo e che è ovvio che se cerchi di trarre tre film da un libercolo che si legge in un pomeriggio, alla fine sei costretto a fare un film che è fatto solo di mazzate.
Che il film è del tutto squilibrato, con quel prologo che tradisce e uccide quanto di buono si era costruito nel secondo capitolo.
Che è noioso.
Eppure, per me, che penso che il cinema sia prima di tutto una questione di immagini in movimento e che se c'è una bella e solida storia è meglio, ma che se non c'è pazienza (a fronte di un livello visivo superiore), questo terzo capitolo è un gioiello che vive indipendetemente dal rapporto con i film che lo hanno preceduto. Anzi, mettiamola così: vive indipendentemente dalla storia (che non c'è), dai suoi personaggi (che sono e rimangono impalpabili, nonostante un cast meraviglioso) e dalla sue ambizioni narrative.
Lo Hobbit: la battaglia delle cinque armate è puro cinema di movimento. Un capolavoro visivo che non ha alcuna pretesa di raccontare nulla di più che l'azione per l'azione. Il gesto per il gesto.
E che, proprio per questo, fuori dalla sua storia oggettiva, è infinitamente pregno di significato.
E voi direte: ma che cazzo stai dicendo?
Che, per me, roba come questo film d Peter Jackson o il terzo capitolo di Transformers di Michael Bay, hanno più attinenza con un certo tipo di nouvelle vague (tipo À bout de souffle per capirci) che con i giocattolini di plastica che Hollywood ci propina. Mi spiego ancora meglio (che sul web servono i sottotitoli per non capenti):
io credo che Jackson, spacciando il suo film per il solito polpettone fantasy-epico e vestondolo come tale, giri invece un film fortemente di rottura sia rispetto alla sua filmografia, sia rispetto a quella ricetta per la cottura standard di un buon polpettone, che è alla base delle cucina da blockbuster made in USA. E questo, ve lo giuro, non è per un cazzo poco. Poi, è ovvio, siete liberi di odiare il film in ogni sua sfumatura, ma fatelo per quello che è (una roba autoriale, estrema e senza compromessi) e non per quello che non è (l'ennesimo film per nerd).
Insomma, io ve lo consiglio.
Ma sono sicuro che mi odierete per questo.



p.s.
cose a margine per chi ha proprio bisogno dei compitini:

- "E' previsto che si vedano degli Hobbit in questo film di Hobbit?"
Risposta: no.
Bilbo è a dir poco marginale.

- Orlando Bloom e il suo cazzo di Legolas che deve fare una cosa ridicola a film (e qui ne fa ben due) rimane la cosa più divertente da odiare di tutti e sedici gli anni che Jackson ha speso nella Terra di Mezzo.

- Radagast, al pari di Jar Jar Binks, è stato quasi tolto di mezzo. Ma per quel che poco che si vede, da fastidio.




10.11.14

La mia, in breve, su Vittima degli Eventi.


Ok, faccio un sunto per tutti quelli che me lo hanno chiesto in privato e in pubblico che poi sembra che non voglio esprimermi per chissà quale ragione.
Per farla brevissima: il mio parere su Vittima degli Eventi.
- scrittura debole nel soggetto, nella struttura, nell'impianto drammatico e nella definizione dei personaggi.
Su quest'ultimo punto, per dire: Dylan non è un sapientino saccente che fa la lezioncina all'università e di storia e esoterismo non sa quasi nulla. Bloch che si scorda che Dylan è un ex-alcolista (quando è stato proprio lui a salvarlo) e gli offre una birra e cosette così...
Ma in generale, per quello che riguarda la scrittura, l'amore per il personaggio sembra una roba superficiale e di facciata tanti sono i piccoli e grandi tradimenti alla caratterizzazione.

- Ottima la messa in scena, bella la fotografia. Bella la colonna audio.

- Belle le interpretazioni dei professionisti, buone quelle dei volti giovani.

- la gag della chitarra è atroce.

- la scena finale è una bomba.

- Regia a tratti molto bella (la scena della seduta spiritica e qualche altra sequenza sono davvero riuscite), a tratti priva di grammatica (non serve sempre mettere l'inquadratura storta perché "fa fumetto").

- Come ho già detto pubblicamente, preso nel suo complesso penso che sia un prodotto buono. Il progetto, l'impacchettamento, l'aspetto complessivo e la comunicazione.

- E' un buon fan movie. Con tutte le cose buone e i limiti che questo comporta.


6.10.14

Lorenzo Bartoli.



Io e qualche amico abbiamo pensato di mettere a disposizione di tutti una delle storie più belle di Lorenzo Bartoli. Per farlo conoscere a chi non lo ha mai letto, e per farlo ricordare a chi, invece, lo conosceva.
Se volete scaricarla, potete farlo da QUI o da QUI,
Se volete condividerla, ci fa piacere.

16.9.14

L'ORRORE, L'ORRORE!! Roma Fiction Fest 2014.


Qui sotto il mio pezzo a proposito delle serie horror dell'anni, scritto per il catalogo del Roma Fiction Fest 2014.
L'interno catalogo lo potete scaricare da QUI.

Ultima cosa: oggi sono al Fiction Fest a parlare del nuovo Dragon Age insieme a Adrea Fornasiero.
Appuntamento alle 19 e 15, all'Auditorium Parco della Musica - Sala Studio 3.



L'ORRORE! L'ORRORE!!
di Roberto Recchioni

Per capire la natura della narrativa orrorifica di matrice statunitense, bisogna risalire alle origini della nazione. Pensare ai padri pellegrini, ai quaccheri, al protestantesimo, ai puritani e al calvinismo in genere. Bisogna immaginare notti senza luna, grandi pianure sferzate dal vento, un fuoco da campo con vaccari e coloni seduti attorno. E' gente pragmatica, persone che badano più al “cosa” che al “come”, che sanno che al mondo c'è il male e il bene e che sono due cose ben distinte, e che vogliono essere intrattenute da storie emozionanti e solide.
Ecco, questo è l'orrore USA: una favoletta morale grondante sangue, raccontata in maniera semplice. Era così ai tempi dei pionieri ed è così ancora oggi.
Non è un caso che il più popolare scrittore di horror del ventesimo e ventunesimo secolo (e uno degli scrittori più popolari di sempre), sia Stephen King, un autore capace di tenere incollato alle pagine dei suoi romanzi milioni di lettori senza inventarsi mai nulla di troppo originale, affidandosi alla suadenza della sua voce e alla semplice potenza primitiva delle sue storie.
Narrativa semplice, schietta, diretta e ordinata, a prova di idiota (ma non per questo priva di qualità). E non è un caso che Stephen King abbia avuto molto da ridire sull'adattamento cinematografico di Shining a opera di un autore complesso e stratificato come Stanley Kubrick, ma abbia sempre collaborato molto volentieri con un solido artigiano come Frank Darabont.
Come non è un caso che Frank Darabont sia stato coinvolto come showrunner (oltre che come produttore, sceneggiatore e regista) della prima stagione della serie televisiva di maggior successo degli ultimi anni: The Walking Dead.
E qui facciamo un salto indietro. Venticinque anni fa, la serie televisiva Twin Peaks ha fatto fare un balzo evolutivo al mondo della televisione, iniettandogli dosi massicce di cinema (e di un sacco di altra roba decisamente più strana e difficilmente classificabile). Poi sono arrivati X-Files, NYPD Blue E.R. e infine la la HBO con I Soprano. E le cose sono cambiate per sempre e in maniera definitiva. Il medium televisivo è diventata la nuova frontiera. Della scrittura, sopratutto, ma anche dell'immagine. Le opere si sono fatte sempre più sofisticate, le ambizioni drammatiche e artistiche, sempre più grandi. E il pubblico evoluto ha gridato più volte al capolavoro, premiando e facendo premiare queste serie.
Ma il pubblico di massa, quello capace di trasformare una serie di buon successo in un fenomeno planetario, ha continuato a guardare Lost serenamente.
E Lost, del linguaggio cinematografico se ne è sempre fregato. Una scrittura basata sull'uso (e l'abuso) dei cliffhanger, un ampio cast di faccioni bellocci ma privi di un reale spessore, una regia che non si è mai schiodata dall'ABC del campo e del controcampo in piano medio, una narrazione senza sofismi o raffinatezze di sorta. Un solido, puro, semplice e accattivante, intrattenimento televisivo.
E dell'esperienza di Lost, The Walking Dead ha fatto tesoro, mettendo in scena una storia di pionieri alle prese con un mondo ostile, popolato da selvaggi assassini (sì, gli americani dalla frontiera non ne sono mai usciti), raccontandola con un linguaggio quanto più neutro possibile.
E sulla scia di TWD, ecco arrivare The Strain. Che proprio come TWD è tratta da qualcosa (in questo caso da una serie di tre romanzi scritti proprio dagli artefici della serie, Guillermo Del Toro e Chuck Hogan), che proprio come TWD mette in scena un'invasione di mostri (vampiri al posto degli zombi), che proprio come TWD vanta un cast di facciotte televisive che difficilmente arriveranno mai sul grande schermo e che, proprio come TWD, ha un registro visivo e narrativo piano, ordinato, poco impegnativo e di grande fruibilità. La serie è divertente e non ha alcuna pretesa di essere qualcosa di più di quello che è. Per molti versi ricorda la piacevole miniserie de L'Ombra dello Scorpione (ancora Stephen King, guarda il caso). Non vincerà alcun premio della critica, state tranquilli, ma è godibile come un buon hamburger. Al sangue.
E visto che siamo partiti dai calvinisti e i puritani, come non parlare di Salem, serie del 2014 della WGN America, che si ambienta nell'omonima cittadina negli anni della caccia alle streghe? Anche qui, narrazione alla vecchia maniera, pura e semplice, che tiene attaccati allo schermo grazie a un consolidato meccanismo di intrighi, misteri, inganni. colpi di scena e un pizzico si sesso e perversione, giusto quel tanto che basta per solleticare (senza svegliare realmente) gli animi più pruriginosi.

La messa in scena è buona e con begli interni raccontati a luce di candela. Meno bene gli esterni che risultano un poco posticci.
A tratti il tutto ricorda più l'adattamento televisivo de I Pilastri della Terra che un racconto horror ma non è detto che sia un male perché la trasposizione del più popolare romanzo di Ken Follett non era per nulla male. Se The Strain era un hamburger, questo è tacchino con purea di patate. Non lo troverete nel menù del Dorsia, ma vi assicuro che è genuino e saporito.
E sempre per rimanere nell'ambito dello squisito prodotto televisivo nella tradizione orrorifica USA, buttiamo uno sguardo anche a Penny Dreadful, della Showtime. Cosa succede a mettere insieme Dorian Gray, Mina Harker, Van Helsing, Dracula, il dottor Frankenstein e la sua creatura? No, non un capitolo inedito de La Lega dei Straordinari Gentleman di Alan Moore e nemmeno un nuovo libro della serie Anno Dracula di Kim Newman, ma solamente di una serie che esplora (con una certa convinzione, bisogna riconoscerglielo) la via del potpourri narrativo. Forti suggestioni visive dal Dracula di Francis Ford Coppola ma, se badiamo a come è scritta e raccontata, siamo più dalle parti della Buffy the Vampire Slayer di Joss Wedhon. Purtroppo, rispetto alla creatura prediletta dall'uomo che ha donato gli Avengers anche alla massaia di Voghera, manca quella punta di auto-ironia che avrebbe stemperato i momenti più involontariamente ridicoli della serie. Però c'è Eva Green che da sola vale il tempo speso. Rognone con verdure.
E nel calderone delle serie americane a base di spettri, sangue e frattaglie, non possiamo non citare quell'American Horror Story giunta (incredibilmente, se lo chiedete al sottoscritto) alla sua quarta stagione, questa volta ambientata in in circo di freak.
La proposta della FX è sempre la stessa: un tunnel degli orrori (ed errori), incoerente e confuso che gioca più sull'affastellamento degli elementi che sul reale dipanarsi di una storia. Effetti, effettacci, colpi bassi e scorrettezze narrative di tutti i generi compongono un'opera che, per quanto sia andata effettivamente migliorando stagione dopo stagione, rimane il corrispettivo di un hot-dog con troppe salse.
Infine, dopo tanto cibo a stelle e strisce, passiamo dall'altra parte dell'oceano e approdiamo in Inghilterra, patria del fish and chips, dei Beatles, dell'understatemen, dei Monty Python, di Jack lo Squartatore, di James Bond, di Sherlock Holmes, di Black Mirror e di Iside N.9, serie prodotta da BBC Two, e figlia del gruppo di autori che va sotto il nome di The League of Gentleman Members, già artefici di quel disturbamte gioiellino di Psychoville. Inside N. 9 è una produzione in sei episodi che si iscrive e porta avanti la tradizione inglese delle serie antologiche. Tutto è ambientato in una stanza, tutto è permeato da un feroce umorismo nerissimo che non risparmia niente e nessuno.
Narrazione acuminata come la lama di bisturi chirurgico che non cerca in nessuna maniera di mettere a suo agio lo spettatore ma che, anzi, prova a colpirlo sempre dove meno se lo aspetta.
Raffinato, intelligente, ben scritto e splendiamente girato. Concede poco in termini di spettacolarità e pretende molto il termini di attenzione. Ma ne vale la pena. Un roast-beef all'inglese, cotto alla perfezione e accompagnato da una crudità di verdure.

Prima di chiudere, vale la pena sottolineare come i momenti più genuinamente disturbanti che ci sia capitato di vedere quest'anno sono ascrivibili a serie non prettamente orrorifiche. Le inquietanti visioni di Hannibal, per esempio, o le impietose operazioni chirurgiche di The Knick, o i momenti più brutalmente gore di Game of Thrones. L'orrore -come ha sempre fatto- continua a trasbordare dall'etichetta di genere che gli si vuole applicare e inquina, contamina e corrompe la narrazione tutta. Come dovrebbe sempre fare.Perché l'orrore è parte di questo mondo. E' alle nostre spalle. E ride di noi.

22.8.14

Di come il caso di Manara e della sua cover di Spider-Woman sia esemplificativo dei mali del web.

Sia chiaro, parlerò dello "scandalo" della copertina di Manara per la Marvel, solo perché è un esempio perfetto di come funzionano le cose in ambito comunicativo nel mondo dei social 2.0.

Dunque, cercherò di essere rapido.

- La Marvel incarica Manara di realizzare una copertina variant per la nuova serie di Spider-Woman.

- Manara realizza questa copertina qui.



- Un sito USA di intrattenimento al femminile, critica fortemente questa copertina. E motiva queste critiche in maniera ben circostanziata.

- Altri siti (quiqui e qui, tanto per dire) approfondiscono il punto, spiegando perché quella copertina è sbagliata dal loro punto di vista.

- Badate che nessuno dei siti grida allo scandalo sessuale. Semplicemente fanno tutti notare che nell'ambito di quel nuovo approccio alla figura dell'eroina che la Marvel ha recentemente sbandierato ai quattro venti (ci ha proprio fatto sopra un panel all'ultima San Diego), l'idea di affidare la loro nuova serie di punta dedicata a un personaggio femminile a Greg Land (uno che, notoriamente, per realizzare le sue donnine ricalca set di fotografie di film pornografici) e la sua variant cover a Milo Manara, non è proprio un'idea brillante.
La Marvel guarda e desidera quel pubblico femminile che sta premiando serie come Saga, ma pare proprio non aver capito come raggiungerlo. 

Questa è la "notizia". Che sarebbe anche un buono spunto per far nascere discussioni interessanti sull'uso della figura femminile del fumetto supereroistico e su come taluni abbiano capito in che direzione muoversi mentre altri proprio no.
Ma cosa diventa in Italia questa notizia una volta che inizia a circolare su Facebook in una ridda di condivisioni?

- Che gli USA bigotti censurano il grande artista erotico italiano.

- Che negli USA dicono che Manara non sa disegnare.

- Che se ci mettevano Spider-Man in quella posa nessuno si scandalizzava.

- Che i fumetti USA sono pieni di personaggi femminili in pose del genere.

- Che è tutta un'operazione di marketing voluta dalla Marvel stessa (grazie, Beppe Grillo: non ti sarò mai abbastanza riconoscente per aver istillato nella gente la retorica del complottismo).

E nessuno, NESSUNO, si prende la briga di andare a leggere gli articoli originali e capire di cosa si sta parlando davvero.

Ecco, questo è il web.
E si badi, la storia di Manara e della Marvel è una cazzata, ma vale per qualsiasi altra cosa.


EDIT: e alla fine, arriva anche il Corriere.it.
Che scrirve un pezzo alla pari con lo stato di un qualsiasi utente di FB.




19.8.14

[vecchie recensioni postate solo su Facebook] The Expendables 3 - I Mercenari 3



Expendables per sempre.
Il migliore della serie.
Budget, scrittura, cast, regia, montaggio. Quasi tutto perfetto.
I primi venti minuti riportano Snipes dove deve essere: nell'olimpo degli Action Hero. 
Le due scene d'azione con cui il film si apre entrano di diritto nelle migliori antologie del cinema di combattimento.
Poi ci si siede un poco.
C'è una parte un poco noiosetta in stile Mission: Impossible che è meno divertita e sentita di quanto dovrebbe.
Fortunatamente gli eventi precipitano, si entra nel terzo atto, e non se ne esce più.
Una battaglia finale da urlo con una delle coattate più epiche di sempre (la scena della moto... capirete quando la vedrete).
Tutti hanno il loro spazio, tutti hanno modo di spolverare il loro repertorio classico di azioni e faccette. Persino le nuove reclute hanno quasi tutte i loro momenti e si conquistano la loro dignità (e poi è bello vedere che Sly da spazio a sangue giovane).

Ford è bravo ed è tanto Jack Ryan quanto Han Solo.
Gibson è MAESTOSO e ci ricorda che lui è Max il Pazzo e pure l'Arma Letale.
Banderas ha un personaggio magnifico. Buffo. Triste. Divertente. Ridicolo. Interpretazione eccezionale.
Ludgren è quasi senza battute ma la sua presenza scenica, quella strana dolenza che si porta dietro e quel sorriso psicotico, valgono più di mille monologhi.
Un poco bolso Arnie e Statham è bravo come al solito ma messo un poco in ombra.

E poi STALLONE (da scrivere così, tutto maiuscolo).
Che ci crede ancora e di più. Che ci mette il cuore e l'anima.

Il film è lungo. Spettacolare.
Pieno di scene d'azione REALI.
Questo è l'Expendables che avremmo sempre voluto vedere.
Willis è stato uno scemo a non esserci.

Battuta del film: "one way trip, is better than no way".




[vecchie recensioni postate solo su Facebook] Transformers 4


Per meglio introdurre il mio punto di vista sulla pellicola devo fare
una piccola introduzione. Io di Michael Bay sono un fan. E sin dai
tempi dei suoi video di Meat Loaf per poi proseguire con Bad Boys, e poi gli altri film a seguire.

Ho visto tutto quello che ha fatto e l'ho visto al cinema.
Ho studiato le sue pellicole e le ho studiate e tanto.
Riconosco tutte le influenze del suo cinema (è facile: Tony Scott,
James Cameron, Norman Rockwell, Philip Kaufman, Irwin Allen, Sam Peckimpah...) e ho la supponenza di credere di sapere cosa cerca di fare e perché.
Ne ho stima perché il suo è cinema di movimento, al netto di quella cosa
noiosa che è la sceneggiatura.
Un modo di intendere il medium estremo e privo di compromessi al
pari di quello di registi molto più eleganti e intellettuali come
Michael Mann (aka: uno dei miei registi preferiti di ogni tempo) o più
storicizzati, come Sam Peckinpah (aka: un altro).

Conosco tutti i suoi trucchi, i suoi vezzi, le sue debolezze e i suoi
punti di forza.
E poi mi sta simpatico.
Di tutta la sua filmografia mi sento di bocciare pienamente solo Pearl
Harbour, il secondo capitolo dei Transformers e, purtroppo, questo
quarto capitolo.

Che parte bene, con un lavoro discreto sui personaggi, una messa in
scena degli Stati Uniti d'America che urla "NORMAN ROCKWELL" a ogni
inquadratura e un ritmo piacevole e divertente. Ma che poi, quando i robot
giganti entrano in gioco, si perde completamente.
E non perché il film non è altro che un'interminabile sequenza di
combattimenti in computer grafica, quanto, semmai, perché la messa in
scena di questi combattimenti non è estrema come lo era nel terzo
capitolo (vero pezzo di video arte delirante, celebrato anche da
Ghezzi).
E che si sia giocato un poco al risparmio è evidente sin dalle
trasformazioni dei nuovi Transformer costruiti dagli esseri umani
(diventano un'amalgama di cubettini che poi si ricostruiscono in forme
nuove) e dal design semplificato (e brutto, esattamente come il
precedente) di tutte le creature meccaniche.

Capiamoci, la serie di Transformers è quello che è: script brutti,
protagonisti scritti con l'accetta interpretati da attori di livello
medio, personaggi di contorno fighissimi interpretati da attori straordinari,
qualche gnocca improbabile (e questo quarto capitolo è un'istigazione
alla pedofilia, vi avverto), effetti speciali deliranti, montaggio
serrato e la fulgida visione registica di un sociopatico
dell'immagine.
Se a questa miscela aggiungi un tocco di sensibilità, esce fuori il
primo capitolo che, grazie alla supervisione di Spielberg, rimane il
più misurato e divertente della serie. Se, invece, togli qualcosa,
esce fuori un disastro.
Nel secondo capitolo mancava completamente la misura. E il film è un
monumento al cattivo gusto.
In questo quarto capitolo, invece, manca la grandeur.
Per carità, è comunque un film in cui la scena più misera costa come
tutto Avengers, ma non è un film esagerato e visionario come
Transformers 3.
E quindi, visto che le capacità intellettive non vengono obnubilate da
un continuo e feroce assalto audio-visivo, capita che trovi il tempo
per avere la percezione del film in quanto tale.
E se pensi sei perduto perché il film è lunghissimo, privo di ritmo, con una trama talmente raffazzonata che non sono riuscito a capire le motivazioni dei cattivi (e se non riesci a capire la trama di un film dei Transformers, qualche
problema ci deve essere stato in fase di scrittura), pieno di
personaggi inutili e ridondanti che non è chiaro perché esistono (e
infatti uno muore nell'indifferenza generale) e mancante di qualsiasi
epica, cosa piuttosto grave per una pellicola che ha una scena in cui
un robot gigante cavalca un drago robotico sputafiamme.

In poche parole, uno dei tre film davvero brutti di Michael Bay.
Peccato.

CLASSIFICA DEL RROBE dei film di Michale Bay

- Armageddon

- Pain & Gain

- The Rock

- Bad Boys II

- Tranformers

- Bad Boys

- The Island

- Tranformers 4

- Pearl Harbour

- Transformers 2



[vecchie recensioni postate solo su Facebook] Dragon Trainer 2



Ci sono cose che nascono bene e poi, in corso d'opera, prendono una piega tutta storta che che non la raddrizzi più.
Ecco, Dragon Trainer 2 è uno di quei casi.
E lo dico con il cuore colmo di sofferenza perché ho amato alla follia il primo capitolo.
Per farla rapida: tecnicamente è mostruoso, il comparto artistico è fantastico, la colonna sonora è notevole e i primi venti minuti sono una roba che ti mozza il fiato e ti fa credere di stare vedendo quel film fantasy e di avventura che avevi sempre desiderato vedere da ragazzino ma che non c'era (no, Taron e la Pentola Magica non conta).
Poi succede qualcosa di brutto e la storia impazzisce, lasciandoti con l'amaro in bocca.
E quando dico "impazzisce" non sto dicendo che è scritta male. Dico proprio che è una roba bipolare.

E' cosa nota che il film abbia avuto vita travagliata in fase di produzione e che lo script sia stato più volte rimaneggiato a causa di sostanziali ripensamenti.
Quello che non si sapeva è che, evidentemente, la storia è stata rivista in una fase avanzata dello sviluppo e che quindi, il palese ripensamento, sia più che evidente perché alcune parti del film non si raccordano con altre.

Attenzione, da qui in poi SPOILER.

Dunque, grossomodo dopo mezz'ora di film Hiccup trova sua madre.
Che non è morta e che lo ha abbandonato INTENZIONALMENTE.
Per vent'anni questa donna è stata fare il corrispettivo in salsa drago della gattara e ha lasciato suo marito ad allevare suo figlio appena nato.
Non sembra una cosa tanto positiva se non ben motivata, no?
Ecco, non è ben motivata.
Comunque sia, la madre in questione gira con un'armatura da Uber Cattivo che ne cela il volto e ha un esercito di draghi ai suoi ordini, tra cui un bestione enorme che spara ghiaccio.

Notare che nel film, poco prima, abbiamo visto un villaggio distrutto proprio da un drago che spara ghiaccio cavalcato da un misterioso Uber Cattivo, ok?

Ora, è chiaro che il personaggio della madre è il villain del film.
Una sorta di Darth Vader al femminile.
Non a caso il regista aveva detto di volersi rifare a L'Impero Colpisce Ancora.
Quindi sembra evidente per tutti che presto rivelerà la cosa al povero Hiccup e gli chiederà di unirsi a lui in quanto lei è davvero affine allo spirito del ragazzo, e non suo padre.

Tutto filerebbe liscio se non fosse che, invece, le cose non vanno per nulla così.
Sulla scena arriva il padre che subito chiede alla madre di tornare con lui (senza chiedergli perché lo abbia abbandonato a crescere un figlio da solo) e anche Hiccup è tutto un sorriso. La madre dice di sì e tornano a essere una famiglia felice nell'arco di una canzone (sì, c'è pure una canzone).

E allo spettatore viene da chiedersi: ma che cazzo mi stai raccontando?
Siamo a metà del film e non c'è alcuna tensione drammatica di sorta! E poi, ma come si fa a presentare come positiva una madre che abbandona il figlio in fasce in maniera intenzionale? Che pur avendone l'opportunità non torna da lui?
Nessuna risposta a queste domande.

Nel frattempo, arriva il cattivone.
Che è un tipo che ha PURE LUI un dragone enorme che spara ghiaccio.
Ma che in compenso non ha nessun background o spessore.
E infatti non è mai una minaccia di nessun genere e viene spazzato via in un terzo atto frettoloso e raffazzonato, basti dire che lo scontro finale è combattuto da fermi e a terra, senza che Sdentato, un affare che è fatto apposta per schizzare nel cielo e sparare sfere di energia a razzo, si alzi in volo.

E poi il film finisce.
Senza alcun tema o percorso.
Senza alcun arco per i personaggi.
Senza alcuna emozione.

Poi vai a leggere in giro e scopri che quello che hai creduto che sarebbe dovuto succedere durante tutta la visione del film è proprio quello che succedeva nello script originale, poi modificato perché ritenuto troppo drammatico per i bambini.
Il risultato è un pasticciaccio brutto e un'occasione persa ENORME.