L’appuntamento con Monica, la nostra guida, è alla Certosa,
sul piazzale panoramico sotto Castel Sant’Elmo, alle undici.
Mi sveglio alle nove, rintanato in un angolo del letto, con
le lenzuola attorcigliate intorno alle caviglie, e nella posa dell’airone di
Karate Kid, segno che il mio sonno non deve essere stato tanto tranquillo o
riposante.
La sera precedente ho pagato dazio agli acciacchi con cui mi
sono messo in viaggio e adesso ho la bocca impastata dagli antidolorifici e il
fianco destro che mi sussurra profezie di oscuri e futuri disastri.
Barcollo spossato fino alla doccia e la manco, sbattendo l’anca
contro il lavandino. Il dolore accende qualche sinapsi e un poco mi
ripiglio.
Mi lavo ed esco dalla stanza, scoprendo che la mia compagine
mi ha lasciato indietro, come quel soldato ferito che è solo un peso per il
resto della truppa.
Chiamo Paolo.
- Oh?
- Oh.
- ‘Ndo state?
- Alla pasticceria all’angolo.
- Potevate aspettarmi.
- Pensavamo che, visto che sei stato male, volessi
riposarti...
- I cinque blogger non si riposano mai. Arrivo.
Esco in strada.
Il cielo è grigio, l’umore, nero.
Raggiungo gli altri, mi siedo al tavolino, mangio qualcosa,
bevo un caffè, e poi tutti insieme alla metro. Daniele, Mauro, Andrea e il
sottoscritto verso la gita turistica, Paolo verso una giornata con la sua
famiglia.
Arriviamo al luogo dell’appuntamento con quaranta minuti di
ritardo. E non ci rimprovera nessuno.
Per quanto ami Napoli, non potrei mai vivere secondo i suoi
ritmi.
Ad accoglierci, Monica e Carmine, che iniziano subito e
illustrarci la storia della Certosa, del Castello, delle Pedamentina, del tufo
che prima è stato tolto e poi è stato messo, e di come si sia scavato per
costruire e cosa sia stato distrutto scavando.
E’ la storia di due città che poi diventano una sola, di
fortificazioni, terrazze e terrazzamenti, una storia urbanistica di forcelle e
bisettrici, di strade per le lavandaie e di pietre laviche, di colline, di
vigneti e di tutto quello che ci sta in mezzo, sopra, sotto e intorno.
E’ una storia interessante che mi fa capire qualcosa di più di una città che per me è sempre stata un enigma.
E’ una storia interessante che mi fa capire qualcosa di più di una città che per me è sempre stata un enigma.
Ci rimettiamo in moto mentre il vento porta via le nubi e il
sole comincia a battere sulla nostra testa. Discendiamo la Pedamentina,
seguendo un percorso fatte di scalini e tornanti.
- Napoli è fatta a scale...
Dice Carmine.
- ...chi le scende e chi le sale.
Dico io.
- Prego?
- Niente, sono romano... è un riflesso condizionato.
Ma Marchese del Grillo a parte, Carmine ha ragione.
Volete conoscere Napoli? Salite e scendete le oltre
quattrocento scale sparse per la città.
A un certo punto, sfiniti, ci fermiamo nei pressi del
cancello di una casa che, con mia sorpresa, ci viene aperto.
La proprietaria si chiama Maria Laura e fa parte di un comitato
di quartiere.
Ci offre acqua e limone e noi beviamo.
Ci offre acqua e limone e noi beviamo.
E credo che sia in quel preciso momento che l’umore nero mi
abbandona e comincio a divertirmi.
E’ una giornata di sole.
Sono insieme a due amici e a un fratello, in una città bellissima.
Una signora gentile mi ha offerto acqua e limone, facendomi
entrare in casa sua senza nemmeno conoscermi.
Nel mio futuro più prossimo, c’è la pizza migliore del
mondo.
In una situazione simile, pure Kurt Cobain si rasserenerebbe.
Se non si fosse sparato in bocca con un fucile, chiaramente.
Riprendiamo a scendere, arrivando all’imbocco di
Spaccanapoli e nel cammino ci vengono
raccontate un sacco di storie interessanti (tra tutte, mi riprometto di
approfondire la mia conoscenza della Madonna dei sette dolori) ma sono troppe
per rendergli giustizia. Per il resto, Napoli ci si offre nella sua miscela
arabica più pura, mescolando l’alto e il basso, il sublime e l’immondo, senza
alcuna soluzione di continuità.
Amare Napoli non significa accettarne gli aspetti più sgradevoli perché compensati da quelli meravigliosi.
Amare Napoli non significa accettarne gli aspetti più sgradevoli perché compensati da quelli meravigliosi.
Accettare Napoli significa entrare nell’ordine di idee che
qui, il buono e il cattivo di compenetrano fino a diventare una cosa sola.
Non le due facce della stessa medaglia ma una medaglia con
una faccia sola.
E mentre penso questa roba, arriviamo davanti a chiostro di
Santa Chiara, dove le nostre guide ci salutano.
Decidiamo di proseguire da soli.
Ma prima, la pizza.
Sorbillo è bruciato un paio di giorni fa, in uno di quei non
rari casi di autocombustione spontanea che, ogni tanto, a Napoli capitano ai
locali.
Puntiamo allora su Di Matteo che alla mia ragazza
(napoletana) non piace ma che per me (romano), fa comunque una pizza che
levati.
Che però non mangiamo perché c’è una fila disumana.
Ci muniamo di frittatine, crocchette e arancini d’asporto e
mangiamo su di un gradino mentre osserviamo passare le ragazze e io capisco
meglio il termine di “pernacchie” e “pernacchiate”.
Poi, puntiamo su San Severo dove restiamo convenientemente
incantati davanti al Cristo Velato (mi succede tutte le volte che lo vedo).
Scendiamo a vedere le macchine anatomiche e io controllo sul
cronometro del mio cellulare il tempo che ci vorrà prima che qualcuno dica la
frase che qualsiasi fumettaro dice davanti ai corpi scranificati, opera del
principe Raimondo di Sangro, la prima volta che li vede.
- Sembrano le vignette di Watchmen!
- Bravo. Otto secondi, hai battuto il record.
- Che record?
- Lascia perdere, nerd.
Usciamo.
Un caffè e poi in fiera.
Ci arriviamo alle 16 e 30.
Con comodo.
Il cielo è terso.
Il sole splende.
L’umore è ottimo.
3 commenti:
È un piacere, leggerti.
Ti ho mai detto che ti amo, RRoby?
Goethe c'aveva ragione.
O l'avrebbe avuta, se avesse mai detto la frase a cui mi riferisco.
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