29.2.12

VENDICATORI UNITI!



Nuovo trailer degli Avengers.
Che dire?
Che sembra una figata.
E che ho l'impressione che nel film vengano gettati i semi del sequel e che, quel sequel, sarà Civil War.

A margine: lo sguardo di Joss Whedon (che io amo sempre e comunque) sembra un pelo troppo televisivo quando si stringe sugli attori e le scene di dialogo.
E gli effetti, continuano a non convincermi per niente (specie nella scena in cui Hulk si aggrappa al palazzo salvando Iron Man).

28.2.12

John Carter vs. John Carter di Marte


Tra qualche ora vado a vedermi un'anteprima di quelle blindatissime, una di quelle che prima di entrare ti fanno firmare un embargo (che, per me, non ha senso), in cui ti impegni a non pubblicare una recensione del film fino a una certa data.
Il titolo in questione è John Carter di Marte.
O meglio, John Carter e basta, visto come lo ha ribattezzato la Disney, nella paura di alienarsi il pubblico femminile (tradizionalmente ostile nei confronti della fantascienza).
E, a questo proposito, nell'ambito di una polemica più ampia nata negli USA a proposito della maniera (profondamente sbagliata secondo alcuni) in cui la Disney sta comunicando il film, vi posto due filmati.

Il primo, è il trailer ufficiale della pellicola:

Che ci mostra un film a mezza via tra Prince of Persia e Star Wars.


Il secondo, è il trailer realizzato da un fan che ha voluto mostrare alla Disney come si sarebbero potute usare le stesse immagini per dare maggiore valore all'importanza e all'originalità dell'opera seminale di Edgar Rice Burroughs:


Inutile dire che, da amante del personaggio, preferisco quest'ultimo.

26.2.12

Comic Soon 16: ecco gli Orfani!!


Mantova Comics & Games si sta concludendo proprio in questo momento.
Le news e i reportage di questo appuntamento non li leggerete qui perché a Mantova non ci sono andato.
Però, durante la manifestazione, quelli della NPE  hanno presentato il nuovo numero di Comic Soon, rivista free press dedicata ai fumetti (e non solo) che questo mese ospita, oltre alla mia consueta rubrica Digital Divide, anche un'intervista sempre al sottoscritto, in larga parte incentrata sugli Orfani, la miniserie a colori della Sergio Bonelli Editore in uscita per l'anno prossimo, creata da me e da Emiliano Mammucari.
Il tutto, lo trovate QUI.


25.2.12

Knockout -la recensione-



Immaginatevi uno di quei film DTV (direct to video) con Jean Claude Van Damme dei primi anni di questo secolo, ma diretto da un fighetto americano che si è allattato al seno della nouvelle vague francese.
Immaginatevi un explotation degli anni 'settanta rifatto oggi da un wannabe Michael Mann.
Immaginatevi una campionessa della MMA costretta a recitare.
Immaginatevi un cast stellare di grandi attori, ma tutti in vacanza.
Immaginatevi una serie di combattimenti corpo a corpo da cardiopalma (e ripresi benissimo), affogati in mezzo a parecchio niente.

Ecco, questo, grossomodo, è Knockout -resa dei conti-.
Che, descritto in questa maniera (ma anche in QUESTA) sembrerebbe una porcheria assoluta.
E che a me, invece, è piaciuto parecchio.
Forse perché ho trovato che la rilettura dell'explotation operata da Soderbergh sia più dignitosa di quella portata avanti da Rodriguez, forse perché le scene di combattimento sono straordinarie, forse perché, dopo un primo atto affogato di chiacchiere inutili, ad un certo punto il film diventa praticamente muto, lasciando solo che siano le immagini in movimento a dire la loro (e, in questo, Soderbergh dimostra di avere ancora un occhio-cinema davvero, davvero invidiabile).
Quello che sia.
A me è piaciuto.
Lo consiglierei a qualcuno?
Probabilmente no. Ma giusto perché non mi andrebbe, poi, di dovergli stare a spiegare perché, secondo me, è bello.





23.2.12

Una storia lunga.

Dunque: che internet abbia cambiato il rapporto tra il pubblico e gli autori, tra il pubblico e chi produce, tra gli autori e chi produce, è storia non solo nota, ma pure vecchia. E non ci torneremo sopra.
Questa storia riguarda questo ma non solo.
Riguarda, soprattutto, cosa significa fare fumetti e le differenze che passano tra un autore unico, un disegnatore e uno sceneggiatore.

La storia comincia da lontano.
Alcuni anni fa, Carmine Di Giandomenico ha avuto la spregiudicatezza (e l'indubbio coraggio) di presentare alla Marvel americana non solo un mucchio di tavole ben disegnate ma pure un'idea.
E mica un'idea qualsiasi ma il soggetto per una storia che sarebbe andata a influire sulla continuity di uno dei personaggi storici della casa delle idee.
Contro ogni pronostico, alla Marvel l'idea di Carmine è piaciuta e gli ha dato l'incarico e lui l'ha fatto, realizzando una miniserie di quattro numeri.
Carmine l'ha scritta e disegnata e poi affidata alla Marvel. Che per qualche motivo non specificato, ha fatto intervenire lo sceneggiatore Zeb Wells in fase di revisione dei dialoghi.
Il perché di questa scelta non lo sappiamo, possiamo solo fare delle ipotesi.
Possiamo pensare, per esempio, che la Marvel abbia preferito che i testi della storia fossero rivisti da qualcuno di madre lingua inglese e con una professionalità forte in fatto di scrittura. Oppure che abbiano voluto mettere in copertina un nome americano che tranquillizzasse i lettori casalinghi.
Non lo sappiamo.
Come non possiamo nemmeno sapere quanto siano stati invasivi e rilevanti gli interventi di Wells stesso.
Questa è una cosa che possono sapere solo Carmine, quelli della Marvel e Zeb Wells.
Quello che sappiamo noi è che Carmine è stato il primo autore italiano a piazzare una sua storia su un personaggio Marvel, direttamente in USA. Che questa storia è stata soggetta a un intervento da parte di uno sceneggiatore aggiunto. E che il volume è uscito uscito con due nomi sopra e che in questa maniera è stato presentato al pubblico.
Il lavoro di Carmine è stata edito in Italia in un 100% Panini senza troppi clamori, forse proprio perché oscurato da quel nome appiccato sopra all'ultimo momento dalla casa madre.
Il che è un peccato perché Carmine ha raggiunto un risultato importante e ha ben donde di essere fiero.


Parliamo di un'altra storia, adesso.
Matteo Casali è uno scrittore italiano che, sin da quando lo conosco, ha sempre avuto il pallino di lavorare per il mercato americano. Nel corso degli anni, ha pubblicato con Image, DC e, in tempi recenti, Marvel. E' sbagliato dire che è stato il primo sceneggiatore italico a lavorare su personaggi della casa editrice del tessiragnatele, direttamente per il mercato americano? No, non è sbagliato. Perché è un dato di fatto: Matteo è il primo sceneggiatore ad averlo fatto.
Al pari di Carmine, che è stato il primo autore unico (per quanto poi coadiuvato da uno sceneggiatore che ha rimesso mano al suo lavoro).
Il lavoro fatto da Carmine e quello fatto da Matteo, sono diversi.
E la polemica nata tra i due su FB, e poi rimbalzata in giro su vari blog, un paio di settimane fa, ha -per me- poco senso di esistere.

E, a questo proposito, ho scambiato due parole proprio con Matteo recentemente.

 Ciao, Matteo... stavo leggendo su FB della querelle tra te e Carmine. Mi racconti come è andata?

La cosa è partita un po' a mia insaputa, dopo un post sul blog di Marvel Made In Italy che anticipava l'uscita della mia storia di Iron Man e che ho segnalato a mia volta sul mio blog Breakfast of Champions, dove ne avevo già parlato più di un anno fa, in occasione dell'uscita negli Stati Uniti a ottobre 2010.
Ma non mi sono accorto di nulla fino a due giorni dopo, quando l'intervista è uscita e mi sono ritrovato taggato in un video sulla mia pagina di Facebook. All'inizio non avevo colto il senso della dedica di Carmine, poi arrivato a casa, mi sono guardato il brano (tratto da Rocky Balboa) e sono rimasto sconcertato nel vedere la lunga fila di commenti in cui si dibatteva di qualcosa che non mi riguardava ma che aveva finito per coinvolgermi in modo molto diretto.

Tutta la questione mi pare che ruoti intorno al fatto che sei stato indicato come "il primo sceneggiatore italiano a lavorare per la Marvel". Definizione che non hai dato tu ma è stata usata da altri per lanciare le tue storie, esatto?


No, tale definizione l'ho usata fin dal Natale 2009, quando uscì il What If? Astonishing X-Men, rimasto per ora inedito in Italia. Mi ritenevo, allora come oggi, il primo sceneggiatore italiano ad aver collaborato con Marvel (dopo la DC) e lo dissi senza che nessuno sollevasse obiezioni in merito. Lo ribadii a ottobre 2011 a un anno dal'uscita di Iron Man Titanium, l'antologico contenente la mia storia "incriminata", annunciandone la traduzione italiana, senza avere anche qui alcuna contestazione.
E chi riprendeva la notizia riportava anche il "gagliardetto" che mi sono assegnato.


Forse sarebbe il caso di soffermarsi sulla differenza tra sceneggiatore e autore unico... a conti fatti, Carmine è stato autore unico della sua miniserie anche se poi, la Marvel, ha pensato di affiancargli uno sceneggiatore che gli rivedesse i testi. Si è confrontato solamente con sé stesso nella creazione del suo fumetto. La tua esperienza, invece, è profondamente diversa. Come sceneggiatore, per te fare i fumetti è confrontarsi con un disegnatore che li disegnerà. Anche in termini artistici, si tratta di attività profondamente e intimamente differenti.

Sì, sono d'accordo. Sono due esperienze diverse. Tu, di tanto in tanto, sei autore completo, ma per la maggior parte sei sceneggiatore "puro", come me. Dei miei esordi da autore completo (con tanto di pseudonimo, 20 anni fa) meglio non parlare, va.
Scrivere per qualcun altro è in effetti... scrivere. Scrivere per se stessi è una "fase" di una lavorazione diversa, meno totale (credo) come esperienza di scrittura, o meglio, molto diversa. Si tratta, a mio avviso, di due professionalità molto specifiche ma anche parecchio diverse. Tu cosa ne pensi?


Credo che ci sia un approccio di fondo molto, molto differente. E non solo nella messa in essere ma anche in fase di concepimento. Quando scrivo qualcosa per qualche altro disegnatore la mia mente funziona diversamente rispetto a quando concepisco una storia che andrò io stesso a disegnare. Dal mio punto di vista, hai ragione quando dici che in termini di scrittura, il lavorare su una sceneggiature per altri è scrittura "pura". Credo pure, però, che fumetto "puro" sia scrivere e disegnare le propre cose. Del resto, come riconosco il massimo valore al lavoro di un Jack Kirby sul concepimento e la realizzazione delle storie che ha fatto per la Marvel, alla stessa maniera non minimizzerei mai l'importanza di quello che Stan Lee ci metteva, in quelle storie.
Insomma, è una storia lunga che varia da caso a caso, da approccio a approccio.

E con questo si chiude la mia chiacchierata con Matteo e si apre quella con voi.
Che ne pensate?

21.2.12

Era inevitabile...

Che stare a studio con Gabriele Dell'Otto, prima o poi mi sarebbe venuta vogli di mettermi a giocare con gli acrilici.

Un bambino astronauta.


Hysteria -la recensione-


In teoria, sarebbe la storia (molto romanzata) dell'invenzione del vibratore e dei suoi creatori.
In realtà, è un'ottima commedia romantica, scritta con intelligenza, messa in scena con sobrietà e recitata splendidamente da un gruppo di attori che fa a gara a chi ha l'accento inglese più marcato.
Tabya Wexler, la regista, ha uno stile sobrio ma non anonimo e riesce a imprimere la sua personalità alla pellicola, senza fare nulla di particolare. Il film ha un bel ritmo, ottimi dialoghi e una messa in scena non sfarzosa ma che riesce a ricreare bene l'atmosfera degli ultimi anni del diciannovesimo secolo inglese.
Menzione d'onore alla sempre bella e brava Maggie Gyllenhaal e alla versione bolsa e barbuta di Rupert Everett.
Un bel film davvero per tutti che, se riuscirà ad arrivare al pubblico femminile, potrebbe diventare uno di quei piccoli fenomeni che fanno un sacco di soldi.
Consigliato.


p.s.
questo il gadget dato all'anteprima stampa:

20.2.12

Scusate.

Ho qualche impiccio.
Pagine da scrivere, soggetti da rivedere, articoli da completare, compiti da rivedere e altra roba così.
Sono talmente impicciato che non sto trovando nemmeno il tempo di giocare.
Quasi.
Detto questo, per non abbandonarvi, vi segnalo della roba interessante da leggere.
QUESTI articoli di Giovanni Masi sulla sua esperienza con l'editoria digitale, per esempio.

17.2.12

Recensisci Questo!


Recensopoli è un blog di recensioni che sta facendo una serie di interessanti interviste su cosa significa recensire un prodotto e i vari tipi di approccio che si possono tenere.
Tra i molti pezzi, quello del Dottore e il mio.
Il mio lo trovate QUI, mentre QUI trovate la lista completa.

16.2.12

Gli scacchi di Star Wars.



Mi scrive su Skype un amico di un'agenzia di comunicazioni.

- Ciao, RRobe, ti interessa fare un pezzo sugli scacchi di Guerre Stellari?

- Dici la scacchiera olografica dove devi far vincere il wookie perché sennò ti strappa le braccia?

- No, dico le dispense della De Agostini con i pezzi degli scacchi raffiguranti tutti i personaggi della saga.

- Ma scherzi? Io non mi piego a certe marchette commerciali! Ho una deontologia professionale, io! Non mi gioco la mia street credibility per queste robe!  E poi, ne sono sicuro, faranno schifo!!

- Li hai visti?

- Mmmm... no.

- Guardali... QUESTO è il link.

- ...

- Allora, che dici?

- ...

- Allora?

-...mmm... dici che se ti faccio il pezzo...

- Ti faccio mandare in omaggio Darth Vader...

- Ce lo hai domani mattina.

- Ah, la deontologia professionale!




Scherzi a parte: non sono di buon gusto, è vero... ma cazzo, li voglio tutti! E voglio pure quella scacchiera!!

p.s.
io, fossi stato in quelli della De Agostini, avrei fatto la prima uscita con il vecchio Obi Wan Kenobi. Che, alla peggio, te lo potevi spacciare alle vecchiette come la statuina di Padre Pio.


14.2.12

Paradiso Amaro -la recensione-


Che bravo Clooney.
Che bella e l'ambientazione.
Come sono ben scritti i dialoghi.
Che tocco leggero che ha questo film, pur parlando di argomenti che, leggeri, non lo sono per niente.

La formula è ormai consolidata.
Scegliete un bell'evento tragico da drammone di una volta.
Calatelo in un contesto inusuale che faccia da sfondo e tenga desta l'attenzione con le sue differenze sociali e culturali (oltre che paesaggistiche), rispetto al nostro contesto.
Affrontate il dramma con un tocco leggero che più leggero non si può, in maniera da non far venire l'angoscia a nessuno e far uscire dalla sala gli spettatori con uno spirito rinfrancato.
Riempite il tutto di dialoghi acuti, messi in bocca a chiunque (anche ai bambini di otto anni e alle donne in coma) e in qualsiasi situazione (anche la camera da letto della donna in coma suddetta).
Girate il tutto con una regia neutra che, se la fa un italiano è squallida, se la fa un americano fighetto, è ricercata.
Aggiungete un bravo attore che vuole far capire che sì, fa i filmoni di Hollywood, ma il suo cuore batte nell'indipendenza da Sundance.
E, se avete culo e frequentate i salotti giusti, facile pure che la critica impazzisca per voi e che vinciate un sacco di premi (meglio i Golden Globe però, che gli Oscar sono una cafonata).

La verità è che Paradiso Amaro (al pari del precedente Sideways dello stesso regista) è un dramma piccolo borghese per un pubblico di aspiranti radical chic: gente che vorrebbe sentirsi più raffinata, distaccata, profonda, razionale di quanto sarà mai e che aspira a essere come gli improbabili personaggi messi in scena da Payne.
Questo film è una roba mediocre e fasulla sotto ogni punto di vista che non ha altro scopo che blandire critica e pubblico.
Non fa male.
Non disturba.
E' garbato.
Non urla, non piange, non ride, non sanguina, non caga, non beve, non suda, non puzza, non profuma, non scopa, non odia e non ama.
E' una natura morta che la metti in salone e ti dà un tono, senza disturbare.
A vederlo, ho rimpianto il funereo e, quello sì, davvero doloroso, La Stanza del Figlio (film che non ho per nulla amato quando lo vidi all'epoca ma che ho rivalutato con il tempo).

Straordinariamente falso e irritante.



12.2.12

Un altro italiano a disegnare Spider-Man!!


Dunque, del porno di Spider-Man, non vi ho parlato.
Ma lo hanno fatto alcuni amici.
Io posso dire che, sotto il punto di vista della parodia, è una produzione molto carina che riserva degli omaggi da veri appassionati al periodo d'oro dei fumetti del tessiragnatele, oltre che (ovviamente) alla trilogia di film di Raimi.

Sotto il punto di vista pornografico, belle interpreti (in particolare Ash Hollywood nel ruolo di Gwen Stacy) ma per il resto, è una produzione mainstream abbastanza fiacca, molto al di sotto rispetto anche al Batman XXX sempre di Axel Braun (ma, in quel caso, c'era Tori Black a fare la differenza). Comunque sia, questa parodia pare comunque meglio del reboot in arrivo.
Ma perché ne sto parlando oggi?
Perché ho scoperto che il film, nella sua edizione su Blu-Ray, è accompagnato da un fumetto che, se volete, potete trovare QUI.

Chi lo disegna?
Matt *Core (Matt Hardcore),  nome d'arte di Matteo Resinanti, regista e attore porno ma anche disegnatore in forza alla Bonelli, sulle pagine di Nathan Never.
In sostanza, un altro disegnatore italiano che arriva in USA a disegnare i supereroi!
Viva Matteo!!

Adesso, io fossi nei panni di quelli di Marvel Made in Italy, lo segnalerei.

p.s.
un grazie a Uzzi per la dritta.

10.2.12

Il RRobe in Rai... grossomodo.


Sì, siete liberi di sfottermi per la foto.
Il 15 febbraio mi trovate sulla rete e sul digitale terrestre.
Il primo appuntamento è con il Tg3 web, dalle 15 a questo indirizzo.
Se scrivete al sito, o Riccardo Corbò sulla sua pagina FB, potete anche fare qualche domanda.
Il secondo appuntamento è su Rai Gulp, intorno alle 16 e 25, sul digitale terrestre e a questo link.
Insomma, due occasioni per vedere il mio faccino, sentire le mie robe e ridere del mio accento.

9.2.12

Sony ma cosa stai facendo?

La faccio rapidissima:
ma quanto è pessimo il trailer del nuovo film di Spider-Man?

Io capisco che la Sony abbia avuto la necessità di rinnovare il contratto per tenersi stretta la proprietà intellettuale. Capisco pure che l'azienda è in crisi e i capitali pochi. E capisco che il settore cinematografico tutto stia passando una fase difficile.
Ma qui non è solo questione di soldi. Qui è questione di avere idee sbagliate e gente sbagliata a metterle in essere.


8.2.12

Star Wars: Episodio I - la Minaccia Fantasma- la recensione


Tredici anni.
Tanto è passato da quella sera a Ostia, quando sono andato a vedere il film che, fino a quel momento, avevo aspettato di più nella mia vita.
Il multiplex in cui Episodio I era proiettato, veniva inaugurato quel giorno e la struttura non era ancora completa. Il parcheggio era pieno di fango e la mia automobile dell'epoca, una Twingo di un color senape tragedia, si era impantanata in malo modo.
E questa è l'unica cosa che ricordo con chiarezza di quella serata.
Il resto è una nube confusa di sensazioni contrastanti.
Il logo della Lucas Art che appare sullo schermo.
La musica di John Williams che esplode dagli altoparlanti.
Gli applausi e le grida.
Parole in fuga nello spazio profondo che parlano di federazioni di mercanti, rotte commerciali, intrighi politici.
I Jedi.
E poi...


Jar Jar Binks.

Alla fine del film, ricordo di non aver capito se mi era piaciuto o meno. 
E non l'ho capito neanche il giorno dopo, quando sono andato a rivederlo.
Solo alcuni mesi più tardi, parlando con un amico, mi sono sorpreso a dire: "Episodio I, a Lucas, non gli è uscito benissimo" e, per punirmi di tale mancanza di fede, mi sono inflitto la visione forzata dei due film degli Ewok.
Nel tempo mi sono però accorto che La Minaccia Fantasma era l'episodio dell'intera saga che riguardavo con meno frequenza, meno piacere e meno interesse, e ho dovuto fare i conti con questa cosa: non mi era piaciuto.
Accettata questa realtà, sono passato dall'atteggiamento acritico dell'innamorato, all'odio viscerale dell'amante tradito. 
Insomma, una visione serena del primo capitolo dell'opera di Lucas mi è stata, per lungo tempo, impossibile.

E' per questo che ho accolto con piacere la possibilità di rivederlo in sala, arricchito (?) dal 3D, sperando che con l'occasione avrei potuto esercitare un atteggiamento più distaccato e sereno.
E così è stato.


Salve, mi chiamo Roberto Recchioni e ho rivisto al cinema Star Wars: episodio I -la Minaccia Fantasma-

Che dire?
Che è meno peggio di quanto me lo ricordavo.
Sia chiaro, ha tutti i difetti detti e stradetti, ma ha pure qualche pregio a cui non avevo dato il giusto peso.

Per esempio, che non è un film stupido.
Noioso? Assolutamente. Ma stupido no.
Perché tutte quelle noiosissime scene sulle manovre politiche di Palpatine erano del tutto evitabili se Lucas non avesse avuto la precisa volontà di dare credibilità all'ascesa al potere dell'imperatore.
E anche tutta quella roba infame dei Midi-chlorian, cos'altro è se non un tentativo (goffo) da parte del Lucas maturo, di dare una visione laica e realistica di quel "campo di forza mistica che ci compenetra", ideato dal Lucas adolescente?
Insomma, le intenzioni erano oneste.
Messe in scena male e forse non così valide, ma oneste, quello sì.

Per il resto, quello di buono che c'è nel film è quello che di buono c'era anche tredici anni fa.

- Lo straordinario livello degli effetti digitali, ancora in grado di dare la paga alla maggior parte delle produzioni attuali (almeno per quello che riguarda la visione su grande schermo, il discorso cambia parecchio nell'alta definizione del Blu-ray).

- Tanto design di altissimo livello.

- Uno dei miglior pezzi mai composti da John Williams nella sua carriera (QUESTO, per la cronaca).

- La potenza di alcune visioni immaginifiche.


Quindi, vale la pena andare a rivederlo in sala?
Dipende.

- Sì, se non lo avete mai visto o lo avete visto solo su uno schermo televisivo perché rimane un grande spettacolo che si esprime al suo meglio su grande schermo, oltre che un pezzo di storia del cinema per le tecniche visive impiegate.

- Sì, se lo avete visto e volete provare a darli una seconda chance (o, semplicemente, se vi è piaciuto e vi va di rivederlo al suo meglio).

- No se invece lo avete visto e siete solamente curiosi della sua resa in 3D, visto che la conversione è assolutamente blanda e pare più dettata dall'opportunità commerciale del poter rimandare tutta la saga di Star Wars nelle sale che per altro.

E con questo, credo di aver detto tutto.
Che la Forza sia con voi, sempre.






7.2.12

Hesher è stato qui -la recensione-


Due delle cose che scatenano con maggiore violenza la mia antipatia sono il genere di film che spopolano al Sundance Film Festival e la musica indie.
E, generalmente, le due cose vanno a braccetto.
Non è il caso di questo Hescher è stato qui.
Che è sì un fottuto film da Sundance... ma che, perlomeno, vanta nella colonna sonora i Metallica e i Motorhead.
E poi c'è un fantastico Joseph Gordon-Levitt, una sempre bella e brava (poco importa quanto cerchino di conciarla da squallida hipsterina) Natalie Portman, oltre a Piper Laurie, Rainn Wilson e al bravissimo Devin Brochu, che sembra una versione marcia del Macaulay Culkin degli anni d'oro.
Lo script è buono (pur non sottraendosi a tutta una serie di stereotipi del genere) e dice qualcosa di più rispetto alla solita supponente vuotezza dei film indipendenti e anche regia e fotografia sono accettabili, nonostante si appiattiscano nella solita estetica da Loma-Hipstamatic.
In sostanza, un film piccolo ma abbastanza sincero e, a tratti, piacevolmente rabbioso.


6.2.12

Millennium -Uomini che Odiano le Donne- la recensione


Non mi è ben chiaro il perché uno come Fincher debba accettare di fare un film su commissione.
Specie perché è dai tempi di Alien 3 (suo film d'esordio) che non lo faceva.
Dubito che possa avere ancora bisogno di soldi, no? E immagino anche che non abbia grosse difficoltà a realizzare progetti personali...
In compenso, dopo il successo di critica di un film come The Social Network, verrebbe da pensare che si dovrebbe tenere ben lontano dalle marchette per non rischiare di perdere la credibilità acquista, giusto?
Specie dopo aver fatto tanto fatica per far dimenticare quella cagata colossale de il Curioso Caso di Benjamin Button, intendo.
Comunque sia, tant'è, lo ha fatto e lo ha fatto per rimettere nuovamente in scena (in salsa USA), il romanzo di Stieg Larsson.
Prima di parlare della bontà (o meno) del film, vi espongo il mio punto di vista sul romanzo originale: è un thriller di buona fattura ma non straordinario. Il perché abbia avuto il successo che ha avuto però, è una cosa che non mi so spiegare. Nel senso, per quanto ritenga spazzatura Il Codice da Vinci, capisco perché ha fatto tanta presa sulla gente. Al contrario, per quanto ritenga abbastanza buono il primo romanzo della trilogia di Millennium, proprio non riesco a intuire per quale ragione sia sia distinto tanto da quella infinita massa di thriller ugualmente discreti che vengono pubblicati su base praticamente giornaliera, in tutto il mondo.
Le uniche ipotesi che mi sono fatto riguardano la prematura morte dello scrittore (ma mi sembra debole), l'ambientazione inusuale e, soprattutto, la forza di un personaggio azzeccato come Lisbeth Salander.
E su quella forza, Fincher rischia tutto, portando sullo schermo una versione del personaggio molto più simile a quella del romanzo rispetto al primo adattamento cinematografico a opera di Niels Arden Oplev.
E rischiando tutto, vince.
Perché la sua Lisbeth è un personaggio sfaccettato, duro e fragile, attraente e respingente al tempo stesso, portato sullo schermo da una sorprendente e coraggiosa Rooney Mara, talmente intensa e in parte da mettere in ombra le prove di tutto il resto dell'ottimo cast, compreso un convincente Daniel Craig.
Per il resto, la pellicola è diretta con mano sicura ed elegante.
Fincher c'è e si vede, tanto nella freddezza che rimanda a opere come Zodiac e The Social Network, quanto nella ricercatezza delle immagini e delle riprese che sembrano ripescate direttamente dal repertorio di Seven.
A rendere più interessante il tutto, ci sono poi dei titoli di testa dal gusto squisitamente anni '90 che non avrebbero sfigurato in un (bel) film di James Bond, una fantastica colonna sonora e uno script accettabile che semplifica il giusto, senza impoverire.

Insomma, il film sarà pure un lavoro su commissione... ma ad avercene di più di marchette del genere!

Tre giorni di ordinaria follia.

















VENERDI', 3 FEBBRAIO, 2012
ORE 16.

Sono in studio con Werther e, da fuori la vetrina del locale, vediamo i primi fiocchi di neve cadere dal cielo. Momento di euforia da romani che la neve, quella vera, la vedono una volta ogni ventisette anni. Ci si telefona tutti quanti.
Da te sta nevicando? Devi vedere qui come viene giù! Che bella la neve! Che palle la neve! Da me c'è il sole. Ma secondo te attacca?
Per una quindicina di minuti, il sindaco Alemanno gode di un momento di straordinaria popolarità.
Oh, Alemanno l'aveva detto, eh? E noi che lo pigliavamo per il culo! 
Passati quindici minuti, Roma va completamente nel panico.
Si ferma TUTTO.
Si fermano i camion sul Grande Raccordo.
Si fermano le auto.
Si fermano i bus.
Un conducente della linea 62 accosta lungo il percorso e scende dal suo mezzo per controllare la situazione della strada.
Da dentro il veicolo la gente gli grida: A SCHETTINO, TORNA A BORDO!
L'avvertimento di Alemanno gli si rivolta contro come un boomerang.
Alemanno sapeva e non ha fatto un cazzo!
Qualcuno crea un falso profilo del sindaco della capitale su Twitter.
ABBANDONATE LA CITTA', IO SONO GIA' A MILANO! #nevearoma 
Tutti ridono.
Tranne il nostro primo cittadino che minaccia denuncie verso ignoti e verso Twitter.
Tutti ridono ancora.
Cala la sera e il romano che non è bloccato nella sua auto sul raccordo, torna a casa.
Convinto che la neve non duri.


SABATO, 4 FEBRAIO, 2012
ORE 9

Ci svegliamo sotto la neve.
Roma è troppo bella per essere di mal'umore.
Usciamo in strada.
Tutti.
Via Appia sembra il corso di un paese di provincia, alla domenica mattina.
Uomini, donne, branchi di ragazzini, vecchi, bambini, famiglie.
Tutti con il sorriso in faccia a camminare, giocare, fotografare la neve.
Per un attimo, i romani sembrano quasi gente affabile.
Io, Mary e quella tragedia del nostro cane Grinta, ci dirigiamo verso Villa Lazzaroni che è chiusa per evitare che qualche ramo si spezzi per il peso del nevischio e finisca sulla testa degli sprovveduti (tipo noi).
Non ci facciamo demoralizzare e pieghiamo verso il parco della Caffarella, il cuore verde di Roma.
Centodieci ettari di campagna, colline, boschi e reperti archeologici, completamente coperti di neve.
Quando arriviamo, sembra di stare a Campo Felice.
La prima parte del parco è colonizzata da famiglie e bambini.
Sacchetti della spazzatura usati come slittini ma pure un numero ragguardevole di slittini veri e propri, gente in tuta da sci ma pure persone con i piedi avvolti nelle buste plastica, bambini che mangiano la neve, cani che mangiano la neve, un vecchio che mangia la neve. Ovunque ragazze con la reflex al collo che, finalmente, hanno qualcosa da fotografare.
Ci addentriamo nel parco lasciandoci alle spalle i più pigri e i meno ardimentosi.
Lo scenario diventa sempre più surreale e ci imbattiamo in un folto gruppo di snowboarder, in tre persone a cavallo, in uno sciatore di fondo vestito di tutto punto e in un violinista che suona melodie strazianti al limitare di un laghetto gelato.
Il ninfeo innevato è uno spettacolo notevole ma la pace che si respira sulla sommità del boschetto delle streghe è una roba da togliere il fiato.
Il sole ci scalda la faccia, la neve ci gela le chiappe.
E' un momento perfetto di quelli che ti si imprimono nella memoria e che te li porti dietro per sempre, ovunque tu vada.
Torniamo a casa, pasando davanti a supermercati presi d'assalto.

Just A Perfect Day,
Drink Sangria In The Park,
And Then Later, When It Gets Dark,
We Go Home.
Just A Perfect Day,
Feed Animals In The Zoo
Then Later, A Movie, Too,
And Then Home.

Oh It's Such A Perfect Day,
I'm Glad I Spent It With You.
Oh Such A Perfect Day,
You Just Keep Me Hanging On,
You Just Keep Me Hanging On.



DOMENICA, 5 FEBBRAIO, 2012
ORE 11

La neve si è fatta ghiaccio.
Roma è ferma.
Immobile.
Morta.
Le macchine non camminano.
I mezzi ci sono e non ci sono.
La spazzatura non viene raccolta.
I marciapiedi sono inagibili.
Alemanno chiede ai romani di darsi da fare, prendere la pala e mettersi a spalare le strade.
In Italia, fino a questo momento, ci sono già stati quattro morti, stroncati da un infarto mentre impegnati a seguire l'invito del primo cittadino capitolino. Il romano medio fa il gesto dell'ombrello ad Alemanno e se ne resta chiuso in casa.
Siamo sotto shock.
La neve che ci ha tanto divertito il giorno prima, è ancora tutta per le strade a renderci la vita un inferno.
Roma non era pronta.
Roma era la cosa più lontana dall'essere pronta che ci si potesse immaginare.
Immobilizzati, restiamo tutti con il broncio a chiederci come possa essere che la prima città d'Italia, una delle più importanti capitali europee, possa venire fermata da trenta centimetri di neve.
Eppure è così.
Uno tra i più naturali e banali fenomeni atmosferici che si possano trovare in natura, ci ha messo in ginocchio, nonostante fossimo stati avvertiti di quanto stava per accadere.
Il candore della neve ha fatto risaltare, in maniera evidente, tutta l'inadeguatezza di un sindaco inetto e tutte le debolezze di un sistema fragile e incapace di affrontare anche la più piccola delle emergenze.
A noi, adesso, non resta che aspettare che il ghiaccio si sciolga e che la vita torni a una normalità che normale non è per niente.
Perché la cosa straordinaria non è che Roma si blocchi.
La cosa straordinaria è che Roma, per la maggior parte del tempo, funzioni, nonostante tutto.

Hugo Cabret -la recensione-

Quando Martin Scortese ha letto il libro di Brian Selznick deve essergli sembrato troppo bello per essere vero: un'avventura per ragazzi, tutta incentrato sulla storia del cinema.
In pratica, il perfetto pretesto commerciale per fare un film sulla vita e le opere di George Méliès, uno dei pionieri del cinema.
E i difetti e i pregi del film sono tutti qui.
Perché se appare evidente che a Scorsese dell'avventura di Hugo Cabret interessi meno di zero e che la metta in scena in maniera abbastanza svogliata (e a tratti goffa), è altrettanto evidente come riversi tutto l'amore e la passione di cui dispone nel raccontare le vicende reali di Méliès e la storia dell'invenzione dei fratelli Lumière, riuscendo a creare dei momenti ricchi di vera magia, emozione e spettacolo.
A dirla tutta, se la pellicola fosse stata depurata dalle vicende dei due ragazzini protagonisti e trasformata in una specie di documentario, sarebbe stata molto meglio.
Così com'è, invece, il film è eccessivamente lungo e non particolarmente coinvolgente. Il mistero non è tale, il ritmo è pieno di lungaggini e momenti morti, la sceneggiatura ha svariati buchi (presumibilmente derivati dall'adattamento del romanzo), il protagonista non si distingue in nessuna maniera, non esiste alcuna avventura, non c'è nessuna minaccia e non c'è nemmeno nessun mistero. 
Hugo Cabret viene spacciato come l'Harry Potter di Martin Scorsese ma non è per nulla così. 
Le cose buone sono, come detto, tutte le parti dedicate a Méliès e tutte le scenette sui personaggi minori che abitano la stazione ferroviaria dove è ambientata la vicenda. Che non è poco, ma nemmeno abbastanza per sopportare un film di due ore e passa, pieno di un sacco di altre robe inutili.

Una nota di particolare merito: l'ottima interpretazione di Sasha Baron Cohen
Una nota di particolare demertio: il 3D. Scuro e inutile come non mai.

3.2.12

Chronicle

Qui sul blog ho già avuto modo di esprimere la mia antipatia per quei film, nati sulla scia di District 9 (pelliccola che mi è piaciuta, e tanto), che pensano che basti il pacchetto base di After Effect per spacciarsi per nuovi colossal a base di effetti speciali. L'ho fatto QUI, QUI e, fortissimamente, QUI.
Sia chiaro, non ho nulla contro i film fatti con scarsità di mezzi che però riescono ad aggirare il problema con intelligenza e idee. Mi irritano quelli che, invece, cercano di fregarmi, spacciandosi per qualcosa che non sono.
Fortunatamente, non è il caso di Chronicle, primo lungometraggio di Josh Trank (futuro regista del reboot dei Fantastici 4) e scritto da Max Landis (è figlio!)
Di questo film, in Italia, per il momento se ne è parlato pochissimo anche perché esce in questi giorni in Inghilterra e Stati Uniti e chissà quando da noi. Ieri c'è stata una super anteprimissima e io ci sono andato perché, dopo aver visto il trailer, ero parecchio curioso.

Il trailer è questo qua:

Il film è esattamente quello che appare:
un approccio realistico sul tema del post-umano, girato con camere a mano, alla maniera di Blair Witch Project, Cloverfield, Rec e via dicendo.

La storia del film è presto detta: tre ragazzi entrano in contatto con qualcosa in una grotta (un qualcosa di praticamente identico alla culla di Kal-El nel Superman di Donner) e acquisiscono dei superpoteri.
Cosa fareste voi se aveste le capacità della prima Marvel Girl?
Io un sacco di cazzate. E anche i protagonisti di Chronicle.
Il film è ben girato e ben scritto (anche se si sarebbe potuto fare di più e di meglio in entrambi gli aspetti) e ha alcune scene che suscitano un genuino sense of wonder. Inoltre, la scena finale, non ha nulla da invidiare (in termini di spettacolarità) ai film supereoistici più propriamente detti, anzi, rispetto a certe mediocri produzioni Marvel, è nettamente superiore.
In poche parole, questo Chronicle è quello che sarebbero potuti (e dovuti) essere Misfit e Heroes, se non avessero tristemente svaccato in cinque minuti.

Alemanno Regala la Neve a Roma.


Geni.

2.2.12

A proposito dei prequel di Watchmen...


...Alan Moore dice: "In giro non vedo tanti prequel o sequel di Moby Dick".
Ed è effettivamente vero.
In compenso, a me è capitato di leggere un lungo fumetto che dava un seguito alle vicende di personaggi creati da Stoker, Haggard, Stevenson, Wells e Verne.
Il titolo del fumetto era La Lega degli Straordinari Gentiluomini e a scriverlo c'era proprio Alan Moore.

Come si suol dire... sono tutti la DC Comics con il culo degli altri.


Aggiungo un paio di cose sulla polemica scoppiata riguardo all'eventualità, o meno, di dare un seguito al capolavoro di Moore:

- prima di tutto, la bontà dell'opera originale non verrà toccata in nessuna maniera da prequel o sequel che siano. Watchmen rimane Watchmen. Nessuno verrà a casa vostra a strapparvi le pagine del fumetto originale.

- quando Moore, all'epoca, firmò il contratto con la DC, sapeva esattamente cosa stava firmando e che la DC avrebbe avuto la possibilità di dare un seguito alla sua opera senza coinvolgerlo. E' già tanto che non lo abbiano fatto fino a oggi. Se cedi le tue proprietà intellettuali a una casa editrice, è così che finisce.

1.2.12

E adesso, qualcosa di completamente diverso... la copertina di John Doe 18.

VIETATO AI MINORI!
No, non è una foto (cioè, sì, ci sono le foto di riferimento ma è tutto disegno).
Sul blog di Davide trovate tutto il processo di lavorazione, dal pastello a Photoshop.

Due considerazioni sulla BD.


Sono tornato meditabondo dalla Francia.
Abbastanza meditabondo da costringermi a un giorno di riflessione per scrivere qualcosa.
Da una parte, ci sono le impressioni sullo stato attuale del fumetto francese, che ho deciso che sono materia che interesserebbe pochissimo ai lettori di questo blog.
Dall'altra parte ci sono i ragionamenti che mi sono fatto sul mercato del fumetto dei mangiarane rispetto a quello del resto del mondo, e di queste riflessioni ho deciso di condividerne qualcuna con voi, perché se è vero che il mercato della BD non è l'Eldorado che credono alcuni, è pure vero che è comunque una realtà unica al mondo da cui si potrebbe apprendere qualcosa.
Non intendo però mettermi a fare una noiosa (e sterile) comparazione tra il fumetto francese e quello italiano, ma tra il fumetto francese e tutto il resto del fumetto mondiale, perché è la BD a essere un'eccezione e non, come credono alcuni, il fumetto italiano.

Prima di tutto, partiamo da un discorso generale.
In Francia il fumetto è una componente accettata della cultura e la cultura è un elemento che fa parte della vita quotidiana della gente.
Nel resto del mondo, il fumetto è il figlio della serva della cultura e la cultura non fa parte della vita quotidiana delle gente.
In Francia il consumo di cultura (a qualsiasi livello, dalle robe intellettuali al più bieco intrattenimento) è massificato e per capirlo basta vedere l'importanza che ricoprono le grandi catene multimediali come la Fnac sul territorio nazionale. A questo contesto, già di per sé piuttosto roseo, si aggiunge il fatto che il fumetto, in Francia, non è discriminato culturalmente in nessuna maniera e, al pari del cinema, della musica e della letteratura, fa parte di uno scenario culturale di rilievo.
Questa cosa non accade in nessun'altra parte del mondo.
Non in Italia di sicuro ma nemmeno negli USA (dove, comunque, i comics rimangono roba da ragazzini o da nerd) o in Giappone (dove le cose vanno bene fino a un certo punto perché lo spettro dell'otaku pesa su qualsiasi appassionato di manga).
Possiamo lavorarci su questo aspetto?
No.
L'unica possibilità sarebbe rifondare da capo tutto il nostro sistema scolastico, creando nuove generazioni di persone in grado di vivere la cultura in maniera diversa. Un'eventualità improbabile, direi.

Allora non ci rimane che lavorare sul secondo aspetto che distingue la BD dal resto del fumetto mondiale, ovverosia che è un'industria sana.
Che sembra un'affermazione naif da fare ma, in realtà, è più complessa di quello che sembra.
Analizziamo le due parole:

INDUSTRIA
Un insieme di case editrici che realizzano un prodotto (artistico) di interesse economico, con criterio massivo. 

L'industria, in Italia, non ce l'abbiamo. Abbiamo alcune aziende (che si contano agevolmente sulle dita di una mano menomata) e qualche piccola realtà. Ma l'industria no. In Giappone c'è. In USA pure. In Italia, no. E' una questione di implacabili numeri, tutto qui. Si può creare? Ne dubito, a meno che qualche grosso investitore non scopra che il fumetto, in Italia, produce effettivamente ricchezza, nonostante tutti si affatichino a negarlo.


SANA
Un'industria che funzioni, che crei ricchezza, che sappia pianificare a medio e lungo termine, che sappia creare prodotti diversificati per ogni tipo di settore di pubblico, in modo da poter far fronte all'avvicendarsi dei gusti e delle mode, che sappia rinnovarsi nei suoi formati e nei suoi protagonisti, senza per questo perdere la propria identità e che abbia piena consapevolezza della sua natura.


E questo certificato di sana e robusta costituzione ce l'hanno (in parte) i giapponesi e (in toto) i francesi. Non ce l'hanno gli americani, con il loro mercato sempre sulla soglia dell'abisso (e qualche volta, come in questo periodo, un paio di passi oltre) e non ce l'hanno gli italiani, chiusi nella loro torre a far finta che non esista il mondo fuori e che il futuro sia un problema d'altri.

Ecco, forse, nel guardare alla Francia, è a questi aspetti dovremmo prestare più attenzione piuttosto che ai colori sgargianti, al formato o ai contenuti (tutti elementi fortemente variabili nello scenario della BD). Dovremo lavorare per creare una vera industria consapevole e dovremmo fare in modo che questa industria sappia muoversi sulla base di una progettualità forte e ben definita, senza snaturare quello che è il nostro patrimonio culturale.
Sarebbe bello se succedesse davvero.
Ma dubito che succederà mai.