27.12.13

Il 2013 del RRobe

E cominciamo con i classici post di fine anno.
Prima di tutto, il riassunto personale di come sono andati gli ultimi dodici mesi sotto il profilo professionale.
Diciamo che mi aspettavo un 2013 molto tosto, specie per la pressione e l'impegno che sarebbero derivati da Orfani ma che le cose si sono fatte decisamente più complicate nel momento in cui mi hanno proposto di trasferirmi a Craven Road 7. A conti fatti, posso dire che quest'anno è stato carico di grosse soddisfazioni professionali, di momenti molto esaltanti, di tanto stress, di momenti davvero tesi e difficili e di molta stanchezza, e diciamo pure che queste cose hanno influito sul mio proverbiale buon carattere.
Comunque sia, quei problemi se li è smazzati il RRobe del Passato (poraccio) e tutto quello che arriverà nel  2014 saranno rogne del RRobe Futuro. Il RRobe del presente sta sul divano, si fuma una sigaretta, e guarda l'album dei ricordi.


L'anno si è aperto con le recensioni a tre mani realizzate da Giacomo Bevilacqua, Zerocalcare e il sottoscritto. Ci siamo divertiti un sacco a farle e hanno girato tantissimo.
Le trovate QUI, QUI, QUI, QUI.



Altra cosa che mi ha riempito d'orgoglio: la puntata di Fumettology andata in onda su Rai 5 e interamente dedicata a John Doe. Se ve la siete persa, potete recuperarla QUI.




Forse una delle migliori conferenze a cui ho partecipato. Con me, Zerocalcare, Stefanelli e Makkox (grossomodo). La trovate QUI.



QUI, invece, trovate una storiellina fatta da me ed Elisabetta Melaranci (Tsunami). Una delle rare occasioni in cui sono riuscito a lavorare con quella che, a mio modo di vedere, è una delle più belle mani in Italia.



Questa viene dall'intervista mia e di Mauro Uzzeo a Sasha Grey. A parte che è stato un momento surreale, è anche il momento in cui è iniziata la mia collaborazione con XL Magazine.




In questa antologia, un mio racconto di Asso (che potete leggere gratis QUI).




L'uscita della versione in volume di Mater Morbi, per la Bao. Non solo una cosa davvero emozionante ma anche l'inizio di una collaborazione tra la Bao e la Bonelli che porterà a grandi cose, nel futuro.
E QUESTO, invece, è il momento in cui, per un breve attimo, ho fregato Zerocalcare nelle vendite su Amazon (me lo segno che quando mi ricapita?).


I 5 Blogger al Napoli Comicon.




In questo video, invece, al minuto 1 e 38, potete vedere la mia faccia quando Mauro Marcheselli, a tradimento, annuncia al pubblico il mio nuovo ruolo come curatore di Dylan Dog.



La mia prima volta che la mia faccia appare sulla copertina di un periodico.



La prima volta che un mio fumetto appare sulla copertina di un periodico. E, in più, all'interno, intervista doppia a Tiziano Sclavi e al sottoscritto.








Orfani.







Dylan Dog.


I Fiori del Massacro.


E credo che con questo abbiamo finito.






23.12.13

Canale 666 - oggi su RDM si parla di Trash Island, Dylan Dog 328 -


Oggi, su RDM, alle 16 e 15, andrà in onda Canala 666, il consueto appuntamento mensile con Chiara Felici e il sottoscritto per parlare del Dylan Dog in uscita (QUI una piccola anteprima).
In collegamento, Nicola Mari, disegnatore dell'albo in del mese.
Come al solito, la selezione musicale sarà affidata a me e all'ospite di turno.
QUI lo streaming e QUI i podcast con le puntate precedenti.
E visto che ci siamo, vi ricordo che la pagina FB di Dylan Dog curata dal sottoscritto è questa.


19.12.13

Frozen - la recensione -


Si fa presto a dire "dagli stessi autori di Rapunzel".
Peccato che la frase corretta sarebbe "dagli stessi autori di Rapunzel ma senza Glen Keane e con 110 milioni di budget in meno".
Fermi, prima di andare avanti: Frozen non è un brutto film, anzi.
Ha un buon ritmo, delle canzoni piacevoli, una bella morale di fondo, qualche battuta divertente e una resa artistica e tecnica discreta.
Ma non è Rapunzel nemmeno da lontano.
Il character design è modellato su quello di Keane ma è privo di guizzi e vitalità (e, diciamocelo, il pupazzo di neve simil Jerry Lewis è proprio fastidioso e i troll sono davvero brutti), la regia è priva di quell'audacia che aveva fatto di Rapunzel un film da far tremare i polsi, non c'è maestosità nella visione, gli scenari sembrano pensati un poco al risparmio e,l'assenza di un cattivo davvero maestoso ammazza il tono drammatico. Insomma, Frozen mi è sembrato un film della Disney di seconda linea e non certo il colossal annunciato.
Però alcune cose positive  le ha, a cominciare da una regina bella, sexy ed elegante, una principessa coraggiosa, buffa e divertente (e che si salva da sola, per una volta), un'alce che è sì ricalcata sul Maximus di Rapuzel ma che, forse proprio per questo, funziona alla grandissima, una bellissima resa del ghiaccio e alcune sequenze legate al rapporto tra sorelle molto toccanti.
In sostanza, portateci le vostre bambine, lo adoreranno ma non aspettatevi il capolavoro che incanterà pure voi.

p.s.
avvertenza, se siete tra quelli che appena sentono cantare gli vengono le bolle, statene lontani: questo film potrebbe uccidervi.


18.12.13

Come il paguro e l'attinia.


Quello che potete leggere qui sopra è l'editoriale dell'ultimo numero della versione da edicola di The Walking Dead, scritto da Andrea Ciccarelli sotto lo pseudonimo di Zed (presumo visto che un paio di giorni fa ha scritto le stesse cose sul profilo FB) ed edito dalla casa editrice di Ciccarelli stesso, la Salda Press.
Per contestualizzare, l'edizione da edicola di TWD è una ristampa in bianco e nero e in formato quaderno (o "bonellide") di quattro episodi della serie regolare USA.

Adesso, a una prima lettura, ho trovato l'editoriale irritante.
Poi ci ho pensato sopra e ne ho riso, perché il livello di mistificazione è tale non può essere altro che uno scherzo.
Vi spiego perché: Ciccarelli, nell'edtoriale, mette sullo stesso piano un'operazione editoriale come quella condotta dalla Salda con TWD con gli albi della Sergio Bonelli Editore, glorificandosi della "via nuova al fumetto" da lui aperta.
Adesso, giusto per capire la differenza sostanziale che passa tra un albo Bonelli e un albo di TWD della Salda, in termini produttivi, basta ragionare sul fatto che la Bonelli i fumetti li produce, la Salda i fumetti li compra quando sono già stati prodotti da altri.
Che significa questo?
Che una casa editrice come la Bonelli il prodotto lo crea e lo produce in tutti i suoi aspetti, investe capitali suoi sul suo mercato interno, facendo lavorare un sacco di gente (sceneggiatori, disegnatori, letteristi, redattori, grafici, impaginatori, tipografi, distributori) caricandosi tutti i rischi.
Dai prodotti che produce, la Bonelli genera un guadagno che poi reinveste, nella produzione di altri prodotti.
Che è la stessa cosa che fa la Image con TWD in USA.
Cosa fa, invece, la Salda Press e Ciccarelli?
Investe i suoi capitali fuori per comprare un fumetto estero, lo stampa in Italia, genera un guadagno dal mercato interno, che poi reinveste sul mercato estero, continuando a dare soldi a chi i fumetti li produce (fuori). In questo processo dà lavoro a un grafico,a un impaginatore (a meno che non sia sempre il grafico), in teoria a una redazione (dico "in teoria" perché la Salda è, praticamente, un desktop publisher), a una tipografia e al distributore.
L'investimento della Bonelli per produrre un albo a fumetti è 1000. Quello della Salda per fare un albo di TWD, 10.
A essere generosi.
I soldi (tanti) la Bonelli li investe sul mercato interno e dal mercato interno ne prende (sempre tanti).
I soldi (pochi) la Salda li investe sul mercato estero ma li prende dal mercato interno (e ne prende molti di più di quanti ne investa).

Ora, basterebbe questo per trovare grottesco l'editoriale di Ciccarelli.
Ma è solo l'inizio.
Sì perché Andrea definisce il suo albo un "bonellide".
Ecco, non è nemmeno questo.
Con il termine "bonellide" in genere si intendono albi prodotti in Italia ma non dalla SBE.
Albi come John Doe, David Murphy: 911, Walter Buio, Long Wei, Suore Ninja e tanti, tanti altri.
Fumetti che sono stati nel solco della tradizione, alle volte, ma che alle volte hanno pure sperimentato tanto, prendendosi tutti i rischi del caso.
Serie e miniserie PRODOTTE da editori che ci hanno messo fatica, impegno, creatività e i soldi per realizzarle (soldi veri, non gli spiccioli che servono per comprare una serie dell'estero). Investendo i loro capitali sul mercato interno, creando ricchezza (in caso di successo), creando lavoro (in ogni caso) e creando personaggi che diventano patrimonio del nostro fumetto.
TWD, che è un BELLISSIMO FUMETTO, è un prodotto che Ciccarelli compra dagli USA già fatto, pagandolo molto poco (rispetto a quanto gli costerebbe produrre davvero un fumetto) e che stampa e distribuisce. Se TWD ha dei meriti (e li ha) sono di chi lo scrive, di chi lo disegna e di chi ci mette i soldi per realizzarlo.
Ciccarelli e la sua Salda Press non hanno nessun merito nell'esistenza di TWD.

Il tutto ignorando il fatto che il rischio di creare una proprietà intellettuale nuova e quello di ristampare una proprietà intellettuale  già di successo (e con una serie televisiva alle spalle), è incomparabile.

Vabbè, direte voi, ma Ciccarelli almeno ha avuto l'idea di mandarlo in edicola in quel formato e ha avuto successo.
Peccato che l'idea non è di Ciccarelli.
Ristampare fumetti USA in formato bonellide era un'idea che vennne a Traini negli anni '80 (Conan) e poi ripresa da Lupoi nel 1990, con la Star Comics (Il Punitore). A Traini le cose andarono bene per qualche tempo. A Lupoi no, perché il mercato era diverso perché, il Punitore (a differenza di Conan) aveva un tipo di linguaggio troppo distante da quello Bonelli e per varie altre ragioni.
Ciccarelli ha riproposto la stessa idea e, grazie al momento favorevole, grazie al fatto che il linguaggio di TWD è così ordinato da somigliare parecchio a quello Bonelli, e grazie, sopratutto, alla serie televisiva, ha avuto fortuna.
Ma, facciamo a capirsi: di che fortuna e successo parliamo?
Perché a giudicare dal redazionale, pare che l'edizione di TWD stia vendendo come le rosette a mezzogiorno e non è così. TWD sta facendo la fortuna della Salda perché a fronte di costi molto contenuti (non è un fumetto prodotto, ricordate?), va bene per una casa editrice che con tutti i suoi altri prodotti faticava a raggiungere le duemila copie di vendita.
Ecco, diciamo che, a fronte di un investimento minimo e rispetto agli altri prodotti Salda, TWD è un successo. Ma, per capirsi, con il suo volume di vendita, in Bonelli verrebbe chiuso domani.
Vende molto meno di Rat-Man. Vende meno di quanto ha venduto John Doe nei primi tre anni e Orfani (lo cito perché Ciccarelli ha sentito la necessità di tirarlo in ballo) non lo vede nemmeno con il cannocchiale.

Quindi, di che si discute?
Di un editore che si sta arrogando meriti di linguaggio e artistici che non sono suoi (ma di chi quel fumetto lo ha fatto e prodotto), di un editore che si fa bello di un'idea editoriale che non è sua (ma di Traini e poi di Lupoi), di un editore che parla di un successo che esiste solo se contestualizzato rispetto ai suoi standard.
In sostanza, si discute di niente.

A margine: la Panini è stata a lungo criticata per il fatto di essere una mera impachettatrice di prodotti altrui e di comportarsi come una specie di parassita per il mercato italiano, a causa del fatto che non produceva nulla e che investiva capitali italiani su prodotti esteri e basta. E questo nonostante la Panini, nella sua storia, ha prodotto numerosi fumetti italiani.
La Salda, fino a oggi, ha prodotto due volumi di Oudeis.
Fine.
Il resto lo ha comprato da fuori e stampato per il mercato italiano.
Ah, no... Leo Pulp lo ha comprato dal mercato interno per ristamparlo. 
Era prodotto dalla Bonelli.

Strano, eh?



17.12.13

ORFANI 3 - contenuti speciali - (no spoiler)



Lo si trova nelle edicola di quasi tutta Italia da tre giorni, ma oggi è il giorno dell'uscita ufficiale, quello in cui arriva proprio ovunque.

Cose da dire sull'albo in questione, a parte che Gigi Cavenago è un mostro di bravura (e, ve lo dico, i suoi albi successivi a questo sono ancora meglio) e che Arianna Florean ha fatto un gran lavoro?
Non tantissime. A parte che un altro strato si aggiunge alla narrazione e alla caratterizzazione dei personaggi e che le cose iniziano a farsi più chiare ma pure più complesse.
Detto questo, adoro come Gigi e Arianna hanno reso la sala della rigenerazione e trovo che la scena delle docce, disegnata per come l'ha disegnata Gigi (e colorata Arianna), sia davvero vicina alla mia idea di fumetto in senso assoluto.
Riferimenti vari (che so che vi piacciono, anche quando non sono particolarmente rilevanti):

- la già citata scena delle docce è stata scritta con in mente tutta una serie di scene analoghe ambientate in bagni e spogliatoi, di tanti e tanti film d'azione. Diciamo che partiamo da Danko, passiamo per True Lies, ci soffermiamo su Bad Boys e Casino Royale, e atterriamo su La Promessa dell'Assassino.

- Sì, c'è una citazione plateale a Star Wars. Non ho resistito, è stato più forte di me. Diciamo che ho pagato il dazio al più influente mito della mia infanzia (e adolescenza... e maturità... e vecchiaia, se ci arrivo).
Ok, lo ammetto, in questo albo ci sono DUE riferimenti a Star Wars, ma uno è così da maniaci che lo vedo solo io, mi sa.

- Il Pistolero nella foresta con il fazzoletto in testa è la mia interpretazione di un certo tipo di anti-eroi che mi sono sempre piaciuti tanto. In particolare, l'immagine deriva dal Punisher di Jim Lee ma dentro c'è, ovviamente, Rambo e Jena Pliskeen (e, di conseguenza, Solid Snake).

- Per la foresta io e Gigi abbiamo pensato fortissimo a Joe Kubert e al suo Tarzan. Ma c'è pure una splash page che grida tutto il nostro amore, rispetto e ammirazione per quell'incapace disegnatore di piedi che è Mike Mignola.

- L'occhio di HOST è ovviamente derivato da quello di HAL ma, in generale, HOST ricorda droidi come 343 Guilty Spark, GLaDOS e Auto (pure loro tutti derivati dall'intelligenza artificiale di 2001 Odissea nello Spazio). La verità è che la mia prima idea era il Bit di Tron e Cursore di Automan.

- La Mocciosa, disegnata da Gigi, è bona come poche cose. Mi pento di non averla fatta con lei la scena nella doccia.

Tutto qua.


16.12.13

Contemporaneo Indispensabile



Dunque, è da qualche tempo che Simone Tempia (un bravo scrittore di cui mi è già capitato di parlarvi qui o su Facebook) sta portando avanti un suo progetto personale piuttosto interessante che sposa letteratura e fumetto. Ma, senza che mi stia a dilungare, lascio che sia lui a spiegarvelo: E insomma, io una mail la manderei.

La serie Contemporaneo Indispensabile è una serie di racconti distribuiti gratuitamente via mail in formato PDF.
Li scrivo io (Simone Tempia). Gli da una forma il grafico Giovanni Pallotta. E, per una serie di eventi all'autore non del tutto chiari, con delle copertine realizzate da alcuni dei più importanti e quotati illustratori italiani (Ratigher, Chiara Fazi, Riseabove e ora LRNZ). Sempre per la stessa serie di eventi non ponderabili, gli ultimi racconti hanno avuto anche una prefazione realizzata da persone che l'autore in questione stima in maniera viscerale. Come Roberto Recchioni (lo Stage), Tito Faraci (La Muffa) e ora Max Collini degli Offlaga Disco Pax (per la Banca).
Il progetto funziona in maniera tutta sua: non esistono link per il download. Non esiste nessuna versione "online" dei racconti. L'unico modo che si ha di leggere ogni racconto (la cui distribuzione è limitata nel tempo) è di mandare una mail a contemporaneoindispensabile@gmail.com (oppure, cliccate QUI) e in breve tempo si riceverà il racconto in allegato. L'autore si impegna a non scrivere altre mail se non per la comunicazione di un'eventuale nuova uscita (che avviene, circa, una volta ogni 4-5 mesi). Il progetto vive di passaparola quindi sono graditi post du facebook, messaggi su twitter  e chiacchiere al bar. L'unica, inderogabile, regola è DI NON FAR GIRARE IL FILE ma dire di scrivere per riceverlo. Il motivo? Voglio lettori, e non click.
Ecco i precedenti racconti:
Il Supermarket - cover di Giovanni Pallotta
La Fede - cover di Riseabove
Lo Stage - cover di Chiara Fazi, prefazione di Roberto Recchioni
La Muffa - cover di Ratigher, prefazione di Tito Faraci
La Banca - cover di LRNZ, prefazione di Max Collini 






Se pure doveste odiare i racconti di Simone (ne dubito), vi rimarranno comunque dei disegni bellissimi.


12.12.13

Lo Hobbit: la desolazione di Smaug - la recensione -


QUI la recensione del primo capitolo.

Dunque, cercherò di essere breve ma fallirò.


PREAMBOLO
Questo secondo capitolo de Lo Hobbit, esattamente come il precedente, esce in HFR, ovvero a 48 fotogrammi al secondo (da questo momento in poi: FPS).
Cosa significa? Che è tutto molto più fluido e definito. La tecnologia dei 48 FPS al secondo è cosa abbastanza comune per le riprese sportive (dove apporta un reale miglioramento della fruizione dell'azione) ma è ancora una rarità assoluta per il cinema.
Questo tipo di tecnologia è una mano santa per la stereoscopia perché permette al regista di realizzare movimenti di camera veloci, pan laterali e tante altre cose che, in genere, con le normali riprese stereoscopiche, vengono male.
In sostanza, un film in stereoscopia in HFR non ha tutti i difetti che di solito sono associati a questo tipo di tecnologia. E' grossomodo questo il motivo per cui Cameron sta insistendo tanto perché l'HFR diventi il nuovo standard cinematografico.
Ma se da una parte l'HFR elimina tutta una serie di problemi, dall'altra parte ne crea di nuovi.
Come, ad esempio, che tutto quello che viene girato con questa tecnica sembra un episodio dell'Ispettore Derrick.

Adesso, lo spettatore medio davanti alle immagini in HFR ha quattro tipi di risposta:

- Ha un cervello molto reattivo che si adatta subito alla nuova frequenza delle immagini e non avverte alcun fastidio.

- Ha un cervello normale e ci mette qualche tempo ad abituarsi, ma dopo non ci fa più caso.

- Ha un cervello restio a questo tipo di velocità delle immagini e non riesce ad adattarsi, quindi si lamenta per tutto il tempo che se voleva vedere un documentario di Piero Angela stava a casa.

- Ha un cervello restio a questo tipo di velocità delle immagini e non riesce ad adattarsi, ma non vuole fare figuracce con gli amici e non lo dice.

Io appartengo alla seconda categoria.
Avverto un certo fastidio all'inizio ma poi mi abituo e, ad un certo punto, inizio pure ad apprezzare.
Questo significa che, esattamente come per il capitolo precedente, ho visto la prima quarantina di minuti di questo film stando a disagio perché tutto, ma proprio tutto, mi sembrava artefatto.
C'è anche da dire che la pellicola non fa nulla per aiutarti in tal senso perché la prima parte del film è di gran lunga la meno riuscita sotto il punto di vista degli effetti e dell'illuminazione.
Poi è arrivato Smaug e il mio cervello è, semplicemente, esploso.


DISCLAIMER
La mia capacità di giudizio riguardo al film Lo Hobbit - la desolazione di Smaug - è compromessa causa DRAGO.

Sul serio: mai sullo schermo si è vista una creatura simile.
E non solo perché è fatto particolarmente bene in termini artistici ma perché, grazie all'HFR, è vero.
E' un meraviglioso, enorme, terrorizzante, spettacolare, affascinate, maligno, drago VERO.
E visto che Smaug occupa tutto l'atto finale del film, qualsiasi cosa ci sia prima passa in secondo piano.
Ma visto che sono un professionista, ve ne parlerò comunque.

La recensione de Lo Hobbit- la desolazione di Smuag - fino a quando non appare il DRAGO.

Eh... insomma.
Nel senso, ci sono cose belle, cose carine, cose discutibili e cose brutte.
Intanto, c'è ancora Radagast. Certo, il suo ruolo è stato ridotto quasi quanto venne ridotto quelle di Jar Jar Binks in Episodio 2, però c'è ancora. Lui, la sua cacca di piccione tra i capelli e la sua fottuta slitta. Non serve a niente, non fa niente, ma c'è. E questo mi irrita non sapete quanto.
Poi c'è Legolas. Un mucchio di Legolas che fa tutte quelle cose discutibili (sia come idea che come resa a schermo) che faceva anche nella prima trilogia. Salta, si muove senza peso nello spazio, tira frecce a venti centimetri di distanza dal suo bersaglio, compie capriole e piroette, dice battute ridicole con una serietà imbarazzante. E via discorrendo.
Poi c'è un personaggio tutto nuovo, inserito per mettere almeno una bella ragazza in una storia che prevedeva soltanto tredici nani, un vecchio stregone e un Hobbit.
Cosa buona: la interpeta Evangeline Lilly (che è sempre un bel vedere).
Cosa cattiva: ... no, nessuna in particolare. E' un personaggio piacevole, ben scritto e con uno sviluppo inusuale. Mi è proprio piaciuta. Poi, sia chiaro, i talebani tolkeninani hanno già pronto il pupazzetto voodoo della Lilly e odierano tutto quello che riguarda lei e il suo personaggio, ma pazienza.
Poi c'è Sauron.
Sì, l'oscuro signore con seri problemi di congiuntivite.
Nel romanzo non c'era ma bisognava alzare il livello di minaccia e dramma della storia, quindi... eccolo mostrarsi con un lieve anticipo (creando qualche problema di continuty, secondo me) e catturare (tanto per cambiare) Gandalf.
Poi c'è Bard. Che nell'opera di Tolkien è quel personaggio senza alcuna caratterizzazione che appare all'ultimo, tira una freccia, uccide il drago e manda tutti a casa. In questo film, invece, è piuttosto ben costruito, ha una bella caratterizzazione alle spalle ed è ben interpretato. Per dire: mi sta più simpatico lui che il Granpasso cinematografico.
Poi ci sono gli elfi silvani e il loro regno (non mi hanno impressionato ma sono nella prima parte del film, quando il mio cervello guardava le cose e pensava solo a Fantaghirò).
E poi c'è tanto, tanto, materiale aggiunto. Estrapolato da altri testi di Tolkien o inventato di sana pianta.
E, sorpresa, è materiale buono, appassionante, drammatico e pieno di sfumature profonde e cupe.
Dite che l'originale spirito da fiaba del romanzo è tradito?
Vi sbagliate.
Lo spirito originale del romanzo è stato violentato da dodici stalloni e poi la gangbang è stata caricata su You Porn ma, a conti fatti, chissenefrega?
Il romanzo è il romanzo. Ce l'ho in libreria e oggi che ho visto il film è uguale a ieri, quando ancora non lo avevo visto. Questo è cinema. E' cosa altra.
E quindi, in sostanza, Lo Hobbit - la desolazione di Smaug - , fino a quando non appare il drago, è un film con parecchie luci e qualche ombra (ma cupa). Diciamo da sei e mezzo.
Poi appare IL DRAGO.


La recensione de Lo Hobbit - la desolazione di Smuag - da quando appare il DRAGO.

- Per i pignoli: sì, lo Smaug cinematografico è più una viverna che un drago (le braccia sono anche le ali). Ma le viverne hanno code da scorpione e non sputano fuoco, Smaug lo fa. Quindi, è un drago e non rompete -

Dunque, il film, da quando appare Smaug è...
Bho. Incredibile.
Il terzo atto è storia del cinema.
Mai, mai, mai, si è vista una creatura così maestosa, enorme, vera e tangibile.
Giuro, vedendo il film in stereoscopia HFR Smaug è REALE e sta proprio davanti a voi.
E mette paura. Ed è bellissimo. E vorreste che fosse il vostro migliore peggiore amico malvagio.
E' così figo che tiferete per lui per tutto il tempo, e che si fottano i nani, gli hobbit e la terra di mezzo tutta quanta.

"IO SONO IL FUOCO... IO SONO LA MORTE!!"

La verità è che Smaug obnubila la mia capacità di razionalizzare.
Sul serio. Non so che dirvi.
L'ho adorato. Ne voglio ancora. Ne voglio di più.
Se ci aggiungete che è doppiato da quel figo di Benedict Cumberbatch...

Quindi... sei e mezzo più quindici fa ventuno e mezzo, che diviso due fa undicivirgoladueespiccioli... arrotondiamo per difetto... il voto del film è 11.

Ma non prendetemi troppo seriamente.



I Fiori del Massacro - oggi in edicola -


Esce oggi nelle edicola di tutta Italia I Fiori del Massacro, quindicesimo albo della collana Le Storie, e secondo capitolo del "ciclo giapponese" iniziato da me e da Andrea Accardi l'anno scorso, con La Redenzione del Samurai.
Non ho moltissimo da dire su questo albo.
Nel senso, personalmente, lo ritengo la cosa migliore che ho fatto in vita mia ma, fosse pure stato scritto con i piedi, non importerebbe perché Andrea ha raggiunto un tale livello di eccellenza nel disegno e nella narrazione per immagini, da sublimare qualsiasi carenza del testo.
Andrea sa trasformare in scrittura qualsiasi cosa disegni. I suoi sfondi sono narrazione, le sue linee, parole. Ho lavorato con artisti bravissimi nella mia vita ma vi giuro, mai e poi mai sono stato in così completa sintonia con qualcuno.
Se volete vedere un maestro in piena attività e al suo apice, date uno sguardo alle sue tavole.

Comunque sia, se volete saperne di più, del volume ne hanno parlato QUI, QUI, QUI, QUI.
Attenzione che alcune recensioni contengono pesanti spoiler.
E QUI trovate una lunga anteprima di 11 tavole.



10.12.13

Xbox One: prova estesa - parte due -



Dunque, ho aperto la scatola, montato tutti i pezzi, cosa resta da fare?
Accenderla e giocare.
Seeee... lallero.
Andiamo con calma.
Che già accenderla non è una roba da poco.
Perché al suo primo avvio, e ogni volta che la accenderete partendo dallo stato di spenta/spenta, la One avrà bisogno di un minuto e venti per avviarsi, come se fosse un PC. No, scusate, i miei PC Win che ho a casa, si accendono molto più in fretta. Comunque sia, questo è il tempo che ci vuole e non c'è niente da fare a riguardo, se non mettere la macchina in modalità accensione veloce, accesa/spenta, che è sostanzialmente l'iddle dei computer, uno stato cui la macchina dorme sonnacchiosa, con tutto al minimo, ma è in attività. Questa modalità ha vari vantaggi (in special modo per gli aggiornamenti e il lavoro di "manutenzione" automatica) ma se siete di quelli che c'hanno il pallino dei consumi e dell'ecologia, non è proprio il massimo.
Comunque sia, alla sua prima accensione, la One ha subito bisogno di un corposo aggiornamento via web.
Io l'ho comprata il giorno della sua uscita, probabilmente i server erano intasati, comunque, ci ho messo la mia buona oretta per metterla nelle condizioni di operare correttamente. Fatto questo, la macchina in sostanza funziona.
Solo che è vuota perché la maggior parte delle sue funzioni sono trattate dal sistema operativo come delle App, e vanno scaricate.
Per capirsi: volete vedere subito un Blu Ray? Non potete. Prima dovete scaricarci l'app per leggere i Bl Ray.
Volete chattare su Skype? Idem. Volete comprare o noleggiare un film o un videogioco dallo store? Lo stesso. Dovete scaricarvi tutto. E' roba gratis, sia chiaro, però non  mi è ben chiaro perché certe App non sono state preinstallate.Voglio dire: ma chi è che potrebbe non volere il lettore Blu Ray?
Quindi, se non avete una connessione a Internet (lo so: al giorno d'oggi che è che non ce l'ha? Però, metti mai...), la One non la potete usare una volta tirata fuori dalla scatola. Punto.
Comunque sia, a un'ora e mezzo dall'avvio, la mia One è pronta.
Ora tocca configurare il Kinect.
E qui inizia la parte bella perché il nuovo Kinect è una bomba.
Prima di tutto, ha un'ottica incredibile e non ha più bisogno di una grande distanza per funzionare. Vede al buio, rivela le tracce di calore, individua il singolo utente tra un mucchio di persone e ha un riconoscimento vocale superbo che distingue con chiarezza parole e comandi.
In sostanza, l'interfaccia della One è largamente (anche se non interamente) governabile attraverso la voce e lo fa con una naturalezza disarmante. Di contro, sono state del tutto eliminate le gesture della vecchia versione, che del resto non avevano mai funzionato benissimo. Peccato perché mi facevano sentire un Jedi.
Combinato con Skype, il Kinect diventa qualcosa di davvero unico, perché la camera del dispositivo vi segue nello spazio, allarga il campo quando vi muovete e stringe sul primo piano quando vi fermate, fornendo una sorta di regia alle vostre videochiamate. Una roba fantastica che apre interessanti prospettive per le sezioni di sesso virtuale (scherzo ma nemmeno tanto).
Insomma, il nuovo Kinect è convincente ed è l'unica cosa che ha un vero sapore di Next Gen della One.
Per il resto, l'interfaccia del sistema operativo è molto bella, pulita, reattiva e funzionale, basata sulle "piastrelle" che caratterizzano Win 8 (quelle che io skippo allegramente appena mi siedo al computer) e implementa alcune funzioni molto interessanti, come quella della registrazione continua di tutti i contenuti, subito condivisibili attraverso i vari social network (in realtà questa funzione non è del tutto completa, al momento) e altre cosette come la divisione dello schermo che permette di giocare e guardare la televisione, o giocare o parlare con un amico su Skype e altre cosette di questo tenore. Che, a dire il vero, sono molto interessanti sulla carta quanto poco utili nella pratica.
Punto dolente della console sono le sue ambizione e la loro messa in pratica:
la Microsoft presenta la One come una macchina per l'intrattenimento domestico. Il centro del vostro salotto.
Non solo giochi, insomma, ma social network, film, musica, serie tv e quanto altro.
Certo.
Peccato che, al momento, l'unico modo per vedere un film sulla One (a parte mettere un disco fisico nel suo lettore Blu Ray), sia affittarlo o comprarlo attraverso lo store della console, perché la macchina non permette la connessione ad hard disk esterni e non vede gli altri dispositivi collegati alla rete casalinga.
Avete un giga di film e musica scaricati dalla rete? Vi conviene tenervi stretto il mediacenter che avete attaccato sotto al televisore o sotto lo stereo perché la vostra One nuova di zecca non ve li farà fruire.
E anche se questa cosa cambierà in futuro (e non è detto), al momento è una roba davvero rognosa perché vi costringe a tenere un mucchio di apparecchi collegati alla vostra TV, e le prese HDMI sono sempre molto poche.
E, a proposito di apparecchi collegati alla tv... speravate di sostituire la vostra vecchia 360 con la One?
Liberi di farlo, a patto che siate pronti a pensionare insieme alla vostra vecchia macchina, anche tutti i giochi che ci facevate girare perché la One non è retrocompatibile.
Va bene, lo so, era una cosa risaputa.
Ma quando vi troverete davanti al fatto compiuto e capirete che non solo i giochi comprati su supporto fisico saranno pensionati insieme alla 360 ma anche tutti quelli comprati dal Live!, compresi i retrogame e quei giochi indie che vi piacciono tanto, comincerete a pensare che di staccare la 360 non se ne parla proprio... e che vi serve un televisore nuovo, con un sacco di prese, e un mobile decisamente più grande.

In conclusione, una volta accesa la One è una macchina piacevolmente sorprendete da una parte, e profondamente deludente dall'altra. La Microsoft ha fatto molto bene alcune cose (tutto il sistema operativo e il Kinect), ma ha pure preso tutta una serie di decisioni stupide, incomprensibili e profondamente antipatiche nei confronti del consumatore.
Vedremo come procede ma, per ora, il giudizio non è particolarmente positivo.

Nella prossima parte parliamo della cosa più importante: l'esperienza ludica e i giochi in quanto tali.










9.12.13

Xbox One - prova estesa - prima parte.

Arrivano le feste di Natale.
Microsoft e Sony, dopo un'attesa estenuante, hanno lanciato le loro nuove macchine e un sacco di gente si sta chiedendo: quache compro?
Dunque, questo pezzo non intende rispondere a questa domanda per una semplice questione: io le ho sempre comprate tutte (quasi tutte: il Nintendo Wii U non mi ha avuto e non mi avrà, a tutto c'è un limite... e ve lo dice uno che ha apprezzato anche il Jaguar).
L'unica cosa che c'è da capire per quello che mi riguarda è quale comprare per prima.

Dunque, facendomi i conti in tasca come tutti, avevo deciso di portarmi a casa prima la nuova macchina Sony perché è leggermente più potente, è decisamente più bella e costa di meno.
Unico problemino: al giorno del lancio non ha mezzo titolo in esclusiva degno di nota. E a me comprare una macchina senza nemmeno un titolo speciale, mi ruga.
Che fine hanno fatto i tempi quando portarsi a casa un Super Nintendo significava pure avere quella meraviglia di Super Mario World  e F-Zero? O una Playstation con Ridge Racer, un Nintendo 64 con Super Mario 64, una Playstation 2 con Ridge Racer 5, Una Xbox con Halo...
Niente. La PS4 non ha niente. E non venite a dirmi che c'è il nuovo Killzone che il nuovo capitolo sembra inferiore ai vecchi è non è che i vecchi brillassero.
Quindi, visto che l'Xbox One aveva Ryse: Son of Rome come titolo esclusivo, mi sono deciso per quella.
Lasciate perdere che già sapevo che Ryse sarebbe stato probabilmente un gioco mediocre: è nuovo, pensato per la macchina, la speranza è lecita.

Ma, tutto sommato, non è stato solo questo il motivo.
Il fatto è che io alle macchine di casa Microsoft, ci sono affezionato.
Perché oggi non è difficile trovare un fanboy della 360, ma io sono stato (e tutto sommato sono ancora), un fanboy anche della prima Xbox. Una rarità, insomma.
Sarà che è su quella console che ho giocato Halo e Halo 2, oppure dipenderà dal fatto che ho sempre avuto un debole per le macchine perdenti di una generazione, quello che vi pare, resta il fatto che fino a questo momento ho comprato tutte le macchine da gioco di Redmond al giorno della loro uscita, e per quanto la One sulla carta, mi convincesse poco, mi pareva brutto rompere la tradizione.
E quindi, ho rimandato a dopo Natale l'acquisto di una la PS4 e ho preso la il nuovo scatolotto verde e nero.
Ora, dopo due settimane a provarla, la disseziono per voi.

Andiamo a cominciare.

LA SCATOLA



La Apple ha fatto scuola e oggi la maggior parte di produttori di hardware la emulano cercando di dare un'esperienza piacevole sin dalla confezione dei loro prodotti. La Microsoft non fa differenza e quindi l'imballaggio della One è piuttosto curato, elegante ed essenziale il giusto, in modo da suggerire all'acquirente di stare comprando un genere di lusso.
Cosa falsa, perché per quanto il prezzo della One sia abbastanza salato rispetto al mercato di riferimento (499 euro), è assolutamente inferiore a quello di uno smartphone, di un tablet, di un portatile o di una foto-videocamera di fascia medio alta. E la verità è proprio questa: tanto la One quanto la PS4 non sono prodotti di tecnologia high-end, ricercati e vagamente esclusivi (dedicati, insomma, solo a chi se li può permettere). Sono, invece, pezzi di tecnologia da mass-market, nati con prestazioni già inferiori rispetto a quello che si può trovare sul mercato e realizzati al risparmio.
Oggetti molto differenti, per come sono stati ideati e prodotti, rispetto a quelli che li hanno preceduti e prima questa cosa verrà capita, meglio sarà, in funzione di una valutazione serena.
Di fatto, quindi, la scatola dell'Xbox One mente, promettendo un certo tipo di cura e raffinatezza che la macchina vera e proprio, non ha.
Detto questo, nella confezione troverete la console, l'alimentatore, il Kinect (che è la ragione per cui la One costa cento euro di più rispetto alla PS4), un controller e un paio di cuffie.
E un adesivo.
La qualità costruttiva dei singoli componenti li esaminiamo qui di seguito.

LA CONSOLE


C'è un modo gentile per descrivere un grossa scatola di plastica nera?
Non me ne vengono in mente. Avete presente i case dei PC che potete comprare su eBay a venti euro? Quella roba di plasticaccia alla buona? Ecco, quello è l'aspetto della One: grossa, pesante, anonima e di plasticaccia. Sia chiaro, non è che l'aspetto sia fondamentale: è quello che c'è dentro la macchina che dovrebbe contare. Ma visto che la One ha l'ambizione di stare al centro del vostro salotto, un pensierino in più sull'estetica, o almeno sui materiali, potevano farcelo.
Oltre a questo, la macchina ha qualche altro difettuccio di praticità, tra cui la disposizione delle prese USB, tutte poste posteriormente tranne una, messa sul lato (all'interno di una specie di buco).
Sarebbe una cosa molto irritante per quelli che alla console finiscono sempre per attaccare almeno un hd esterno, ma in questo caso non c'è problema perché, per ora, la One non legge dispositivi esterni. e quindi le sue prese USB, non servono a niente. Su questo punto ci torniamo dopo, comunque.

L'ALIMENTATORE

E' gigantesco. Grande quasi come quello della prima Xbox. Una roba che lo guardi e non ci credi tanto è improbabile. Specie in virtù del fatto che la console stessa è grossa e proprio non si riesce a capire come la Sony sia riuscita a mettere l'alimentatore all'interno della PS4, che è grossa la metà, e la Microsoft invece no.
A peggiorare il tutto, ha pure un'appariscente luce bianca sul lato che è una tortura quando ti guardi un film al buio.

IL KINECT

Indovinate? E' enorme pure lui. Più dell'alimentatore. E ha un cavo gigantesco posto proprio dietro e al centro, in modo che non puoi metterlo su nessuna mensola. Ho passato due ore a cercare un posto dove posizionarlo in salone ricordandomi di quanto spazio aveva bisogno il vecchio modello per funzionare correttamente. Poi ci ho rinunciato e l'ho sbattuto sotto il televisore, fregandomene. Solo dopo ho scoperto che il nuovo Kinect è stato molto perfezionato e adesso non ti costringe a ribaltare casa per metterlo in un punto ottimale. Adesso sotto il televisore funziona benissimo.

IL JOYPAD

Semplicemente bellissimo.
Il vecchio pad della 360 era quasi perfetto, la sua evoluzione, con i suoi nuovi stick e la nuova croce direzionale, con i suoi spazi ripensati quel tanto che basta per renderli ancora più sensati, con i suoi materiali eccellenti per piacere tattile e funzionalità, è perfetto senza "quasi".
A parte un "piccolo" difetto: è wireless con le batterie. Batterie stilo.
Oggi, nel 2013 (quasi 2014), la Microsoft si presenta al mondo con un pad a batterie stilo.
Vorrei ricordare che nel 2007 la Sony lanciò la PS3 un pad wireless ricaricabile via usb dalla console stessa. Oggi, sei anni dopo, la Microsoft non arriva al punto di darci un pad con il filo (lo aveva fatto con la vecchia 360) ma ce ne da uno con le stilo. Se vuoi farlo andare con una batteria ricaricabile devi comprarla a parte, insieme al ricarica batterie.
Benvenuti nella Next Gen, insomma.

LE CUFFIE

E qui si ride.
Dietro a queste cuffie c'è una storia lunga.
All'inizio la Microsoft non le aveva previste. Secondo loro bastava il microfono del Kinect. Poi qualcuno gli ha fatto notare che, magari, la gente avrebbe giocato anche di notte e urlare al Kinect ordini e bestemmie non era proprio l'ideale. In più, la Sony aveva già annunciato che nella confezione della PS4 ci sarebbe stato posto per un auricolare con cuffia e quindi la Microsoft è corsa ai ripari e ha ben pensato di comprare uno stock di cuffiette cinesi che se gli sono costate venti centesimi al pezzo è tanto.
Sul serio, mai visto niente di più misero, nemmeno sui banchi del mercato la domenica.
Sembrano una presa in giro tanto sono povere e brutte. E, in più, funzionano solo collegandole al joypad, quindi l'alimentazione la rubano a lui, al joypad, quello che va a stilo.

L'ADESIVO

Come quelli con la mela che una volta metteva la Apple per far sentire i suoi clienti parte di una tribù e che oggi mette ancora, risultando solo un poco ridicola. Ecco. La Microsoft fa lo stesso. Con quella trentina d'anni di ritardo.

Insomma, per quello che riguarda l'aspetto e i materiali di questa Xbox One, il voto non può essere che largamente negativo. Si salvano (in parte) il Kinect e il joypad, ma per il resto, è una debacle su tutta la linea.


Nella prossima parte parliamo di cosa succede quando si accende la macchina.








3.12.13

Il Nao di Brown - intervista al fratello bravo di quello di Preacher -

Dunque, Il Nao di Brown è davvero un libro bellissimo di cui mi piacerebbe parlarvi a lungo e con attenzione.
Così come mi piacerebbe parlarvi del suo autore, che si merita ben più che la semplice definizione de "il fratello bravo di quello di Preacher".

Ma non ho tempo e non ho forza, in questo periodo.
Quindi, facciamo così: lascio la parola a Daniela Odri Mazza, che lo ha intervistato. Sul suo sito, trovate la versione in inglese. Qui sotto quella nel nostro idioma.





Il Nao di Brown, è una storia che parla di disagio interiore e della conseguente ricerca di un equilibrio che sia il più vicino possibile a quella cosa chiamata felicità. 

L'autore, il britannico Glyn Dillon è stato recentemente in Italia per due appuntamenti, ospite dell'editore Bao Publishing. Prima al Treviso Comic Book Festival (quando ho letto il suo libro la prima volta) e poi a all'appena trascorsa edizione di Lucca Comics and Games (quando ho riletto il suo libro per la terza volta - si, lo so, ma ne valeva la pena -  che dentro c'è veramente "tanta roba").

Nel frattempo, ha vinto anche il premio "Best Book" ai British Comic Awards.

Gli ho chiesto di incontrarci per per scambiare due chiacchiere su questo lavoro proprio a Lucca, tra una dedica e l'altra abbiamo trovato qualche minuto per questa intervista: 



# Il titolo
Allora, direi di cominciare dal titolo: "Il Nao di Brown".
All'inizio della storia c'è l'incontro tra la protagonista, Nao, e il suo amico, Steve. Lui le dice dice qualcosa del tipo: "Mi scusi, è qui il Nao di Brown?" Faccio quella che rovina i giochi di parole, me lo spieghi?
Beh io ho un'amica, Chloe, e il suo cognome è Brown, e noi la chiamiamo "La Chloe di Brown". È solo uno stupido scherzo che facciamo con i miei amici, come "Il Duca di York", come se "Brown" fosse un posto.
Il nome "Nao" è venuto da un mio amico mi ha presentato alla sua ragazza giapponese chiamata Nao. Ho pensato che fosse un nome perfetto per un personaggio, perché in inglese si pronuncia come "adesso" ("now"). 

# La copertina
Ora soffermiamoci sulla copertina. So che quando hai iniziato questo progetto era totalmente differente. Nella prima versione - che ho visto sul tuo sito web http://www.naobrown.com -  era in primo piano il personaggio di "Abraxas" (che metaforicamente rappresenta Nao, nella storia contenuta all'interno di quella principale). Potresti dirmi qualcosa su questa transizione da quell'immagine a quella attuale?
Ho iniziato con quella perché sentivo che per molti versi riassumeva gran parte dei contenuti, perché era in bianco e nero e il pensiero che sia tutto o  bianco o nero è un problema connesso con il disturbo ossessivo complessivo (ndr da cui Nao è affetta). C'è il tema della polarità e il fatto che fosse tra la luce e l'oscurità, con un faro puntato su "Abraxas". Pensavo che mettesse insieme un sacco di cose.
Ma l'avevo disegnata veramente molto tempo fa. Una volta ad una fiera del libro il mio editore si sentì dire da un editore francese una cosa del tipo: "Ci piacerebbe fare il libro ma non credo che la copertina funzioni ... " e poiché l'avevo disegnata tanto tempo fa, mi è sembrato potessero avere ragione. Raccoglieva alcuni elementi ma non catturava l'essenza dell'intero libro, come invece avrebbe dovuto fare.
Per questo ho deciso di fare un altro disegno. Ma ho dovuto farlo molto rapidamente perché eravamo sotto scadenza.
Così in due giorni è nata questa copertina: 


Beh, sei un genio! Ha raccolto perfettamente tutti gli elementi chiave della storia.

Ah ah!, No, non sono un genio! A volte le cose accadono e vengono fuori così, vanno al posto giusto. Sono stato fortunato.

# La lavatrice
Penso che la ragazza con la testa-lavatrice è una delle migliori icone che abbia mai visto su una copertina di un graphic novel. E' vero che tuo figlio aveva paura di questo elettrodomestico?
Sì, ne aveva paura. Ma non quando era in funzione, solo quando lo sportello era aperto e c'era solo un buco nero. Un buco davvero buio... assolutamente non era di suo gradimento.
Quindi hai preso ispirazione dalla tua vita a casa.
Oh, sì, molto. Ho lavorato a casa, al piano di sopra.



# Gregory 
Gregory può risolvere i guasti delle lavatrici, ma non può risolvere i problemi di Nao. Eppure, per certi versi, il loro rapporto funziona, come un aiuto reciproco.
Prima di tutto, vorrei chiederti perché hai scelto per il personaggio quest'aspetto da grosso barbuto... 
Ma forse la domanda giusta è: è nato prima il personaggio di Ichi o quello di Gregory?
Originariamente Gregory doveva essere il personaggio principale...si trattava di un libro molto, molto diverso. Ed era lui quello ossessionato con Ichi e Nao ... lei era l'oggetto delle sue attenzioni amorose.
Ma poi lei è diventata più interessante ... ha fatto un passo avanti sotto i riflettori.
Gli avevo già attribuito molti pensieri, dunque era diventato un personaggio a tutto tondo da cui poter partire.
Ma tutto è cambiato quando ho deciso che Nao avrebbe avuto la sindrome ossessivo-compulsiva. È diventata più importante, era ovvio che tutto dovesse incentrarsi su di lei (ndr anche l'ossessione per il manga di Ichi)
Gregory non è il tipico uomo inglese che mi aspettavo....
Oh, non lo so!
Voglio dire, pensando allo stereotipo di "British Man"..
Beh, io non so cosa possa significare dal tuo punto di vista .... perché io sono un uomo inglese!
Quel che posso dire è che non ho voluto fosse tipicamente bello. Mi piaceva l'idea che fosse grosso, con dita robuste e le  mani grandi, ma allo stesso tempo poetico, che fosse in grado grado di recitare poesie e avere un cuore poetico... morbido dentro, ma che da fuori sembrasse un giocatore di rugby.

# Parliamo di Nao
Lei è così graziosa, adorabile. Amo tutte le sfumature d'emozione che fanno capolino sul suo viso. È così "reale".  È vero che ti sei ispirato a una musa del rock'n'roll come Kathleeh Hanna, la cantante delle "Bikini Kills"?
Sì, mi piace Kathleen Hanna, hai visto la foto sul mio sito?! Quando stavo cominciando il libro, ascoltavo la musica che pensavo sarebbe piaciuta a Nao, quindi ... non ero stato un grande fan delle "Bikini Kill" quando ero più giovane, ma ho pensato che lo sarebbe stata Nao. Così ho iniziato ad ascoltare tutta quella roba e a starci dentro, e poi l'altra sua  band "Le Tigre", che è fantastica, così ho ascoltato un sacco di musica che non avevo mai conosciuto prima, nel tentativo di creare Nao. Perché non volevo che lei fosse solo una versione di me e dei miei gusti. Quindi sì, in questo senso penso che Kathleen Hanna è stata una grande fonte di ispirazione per me.

# L'illuminazione: parliamo di meditazione
Quando Nao va al centro buddista, sembra che sia alla ricerca di un esercizio, da aggiungere ai suoi "compiti a casa". È vero? Sul tuo blog racconti di aver iniziato la meditazione come sana abitudine quotidiana. Ci puoi dire qualcosa al riguardo ?
Mi sono avvicinato alla meditazione più o meno nello stesso periodo in cui sono venuto a conoscenza della sindrome ossessivo-compulsiva di mia moglie (ndr ne aveva sofferto da giovane). Una dei miei compagni descrisse come, quando cercava di meditare, i pensieri continuavano ad andare e venire, andare e venire, e lei si sentiva frustrata perché pensava che lo scopo della meditazione fosse quello di cercare di "smettere di pensare".
Il fatto è che, se tenti di fare qualcosa di simile durante la meditazione, ti risulta impossibile farlo. È un po' come se si agita un bastone in un secchio d'acqua e poi ci si ferma... alla fine l'acqua si ferma da sola. Non cerchi di fermarla tu... Si calma naturalmente, senza sforzo. Così è la meditazione. 
Ho pensato questo, e ho visto parallelismi tra la frustrazione di quella donna e la frustrazione di qualcuno che ha il disturbo ossessivo-compulsivo, quando i pensieri continuano a venire e venire e venire. Così ho pensato che le due cose potessero andar bene insieme.
E poi dopo ho imparato che un sacco di persone che hanno questo problema trovano effettivamente aiuto nella meditazione. Così ho studiato e ho iniziato a creare il personaggio.

# Hafu
Possiamo dire che la caratteristica Hafu di "Nao" è una metafora della tua duplice ispirazione artistica, proveniente sia dai fumetti europei che giapponesi?
Sì, è vero. Mi piace perché sono un grande fan dei fumetti europei (Bande dessiné e fumetti) e sono diventato ancora più appassionato di manga mentre stavo scrivendo il libro. Sono stato un fan di Katsuhiro Otomo per molto tempo, poi ho iniziato a leggere nuovi manga e sono stato certamente influenzato da loro.


# Londra
In quali aree di Londra la storia è ambientata? Perché hai scelto quei luoghi?
L'appartamento di Nao è il mio appartamento, dove vivo ora. Volevo che sembrasse molto reale, così ho disegnato tutti i posti che amo.
Il centro buddista è il centro buddista che frequentavo, e tutti i pub sono pub veri, ce n'è uno di Soho ...
Credo di essere riuscito a inserire nella storia tutti gli appartamenti in cui ho vissuto, a Londra.
Ad esempio, quando Steve sta cercando di inserire la chiave nella sua porta, quando lui è disperato perché deve andare in bagno, quello è un appartamento in cui vivevo a Kings Cross. E poi, quando lo vediamo correre, sullo sfondo c'è un altro appartamento, da lì si può vedere  la finestra della mia vecchia camera da letto.
Dunque i tuoi fan possono venire a Londra e intraprendere il "viaggio di Nao"!
Sì, il "Nao Tour". Per lo più nel nord e nord-ovest di Londra ... e Soho.
Ebbene, in futuro, lo farò!

#Fare fumetti è un lavoro pericoloso
Ho letto in un'intervista che ti ha fatto Paul Gravett che Il Nao di Brown ti ha richiesto uno sforzo così intenso che sei finito in ospedale due settimane dopo il completamento del libro. Sul serio? 
Per completare il libro, nell'ultimo anno ho lavorato sette giorni alla settimana, a partire alle 9:00 del mattino e fino alle 03:00 del mattino. Già, delle giornate lunghissime, e sette giorni alla settimana. Ho sempre avuto problemi con il mal di schiena, ma quando ho finito - anche durante la metà della lavorazione ho avuto una tendinite per circa due settimane tanto che non riuscivo nemmeno a tenere una penna, quindi è stato davvero fastidioso, ma sono dovuto andare avanti e finire - ... insomma quando ho finito la mia schiena è improvvisamente andata e agonizzante sono andato in ospedale e ci sono dovuto rimanere per cinque o sei giorni.
Il fumettista è un lavoro pericoloso!
Sì, è un lavoro pericoloso, e nessuno lo sa!

# tecnica
Chiudiamo la nostra chiacchierata parlando di qualcosa di tecnico. È la prima volta che ti sei cimentato in un libro scritto e disegnato da te. Dimmi qualcosa di particolare su come hai lavorato. 
Non ho voluto usare l'inchiostro, perché molto tempo fa, quando facevo fumetti (ndr negli anni novanta), non mi piaceva inchiostrare, mi sono sempre piaciute le matite e ho sempre pensato di avere una linea più dinamica con quelle... mentre inchiostrando non ero capace di mantenere la stessa vitalità del tratto. 
Ma a quei tempi non usavamo i computer... Ora con il mio scanner a casa e il computer, posso regolare l'intensità della linea in photoshop ed è fantastico per me, perché mi permette di mantenere la mia matita come linea principale. 
E poi ho passato gli ultimi quindici anni dedicandomi a storyboard per il cinema e la televisione e l'ho fatto sempre a matita, così ora ho una linea pulita. Quindi, mi sentivo molto più a mio agio così, con quel metodo, e sapevo che, con il compito di portare a casa duecento pagine di fumetto, avevo bisogno di sentirmi veramente a mio agio. 



25.11.13

Dylan Dog 327 - i sonnambuli -


QUI trovate un'anteprima e una lunga intervista a me e al prode Busatta dove si parla del futuro di Dylan.
QUI trovate le prime cinque tavole del numero in edicola tra pochissimi giorni.
E vi ricordo che oggi, su RDM, alle 16 e 15, andrà in onda Canala 666, il consueto appuntamento mensile con Chiara Felici e il sottoscritto per parlare di Dylan Dog. In collegamento, Andrea Cavaletto, sceneggiatore dell'albo in questione.
QUI lo streaming e QUI i podcast con le puntate precedenti.
E visto che ci siamo, vi ricordo che la pagina FB di Dylan Dog curata dal sottoscritto è questa.


22.11.13

ORFANI 1992

Era il gennaio del 1992.
Io ed Emiliano stavamo al disco-pub Jolly Blue.
Io indossavo un bomber petrolio con la fodera arancione, Levi's 501, camicia scozzese annodata in vita, scarpe Caterpillar. Emiliano era vestito come oggi.
Entrambi avevamo occhiali da sole scuri. Io Ray-Ban. Lui Police.
Nel locale suonavano le note di Use Your Illusion 1.
Parlavamo di fumetti, come sempre, e ci venne quest'idea di una cosa nuova e diversa, da proporre alla Sergio Bonelli Editore.
Il dialogo andò, più o meno, in questa maniera.

- Ci vuole qualcosa di dinamico!
- Con tempi di lettura veloci!
- Che faccia gasare chi lo legge!
- Frasi a effetto!
- Personaggi tosti!
- Sottotrame misteriose e infinite!
- Linee cinetiche!
- E magari dei colori al computer... dicono che sia il futuro!
- Ho già l'idea della copertina...

E nacque questa immagine qui:


E questa qui:


Poi uscimmo dal locale, io salii sul mio Booster ed Emiliano sul suo SH 50, e ce ne dimenticammo.
Nessuno dei due indossò il casco.
Il resto è storia.




Ah, prima che qualcuno mi prenda sul serio (è il web, c'è sempre qualcuno che ti prende sul serio), la soluzione del gioco la trovate QUI.



21.11.13

Orfani 2 - contenuti speciali

Non sono morto e non ho chiuso il blog.
Sono solo molto stanco e impicciato.
Detto questo, in edicola è arrivato il secondo episodio di Orfani e quindi, vi beccate i contenuti speciali.


- Il titolo ha tratto ispirazione da uno dei miei album preferiti di Fabrizio De Andrè (Non al denaro, non all'amore né al cielo). Che c'entra De Andrè e la sua poetica con una storia di fantascienza bellica? Parecchio, ma sono cose che arriveranno poi.

- La copertina pensata insieme a Massimo Carnevale ci ha dato qualche rogna. Il problema delle prime copertine di Orfani è che alcuni protagonisti non possono essere svelati e quindi si perdono delle potenzialità. Per esempio, inizialmente Massimo aveva disegnato l'Angelo senza casco, con una meravigliosa chioma al vento, ma questo avrebbe rovinato la rivelazione all'interno dell'albo.

- Il passato
Questa è l'unica storia in cui c'è un forte squilibrio tra la parte passata e quella presente. Molto più breve del solito la prima, più estesa la seconda. Nei numeri successivi avranno quasi sempre lo stesso identico spazio.
La cosa deriva, semplicemente, dal fatto che non avevo bisogno di più tavole di quante ne ho usate per raccontare il rapporto tra Juno e Nakamura e mi sembrava stupido allungare il brodo tanto per.
Non ci sono cose particolari da raccontare a riguardo.
Di questa parte della storia sono piuttosto soddisfatto del dialogo tra la Juric e Nakamura (quello in cui parlano delle guerre del passato) e di come Alessandro Bignamini ha saputo dare intensità a certi sguardi.

- Il presente
Sapevo che molti punti oscuri del primo albo avrebbero lasciato certi lettori interdetti. Sapevo pure che le obiezioni in scena poste dagli stessi personaggi in questo albo, li avrebbero rassicurati. In sostanza: ci sono delle cose che non vi tornano? Bene, perché non tornano nemmeno ai protagonisti. Tutto verrà spiegato e motivato, albo dopo albo.
Unica citazione-gioco-rimando che mi viene in mente (ce ne possono essere altre che non mi ricordo o che non sono pienamente coscienti) è quella a Watchmen, con il sorgere della città.
Ovviamente, la scena del combattimento-addestramento con Nakamura rimanda a mille altre scene simili viste in mille altre opere di fantascienza bellica.
Infine: anche in quest'albo c'è una lunga sequenza muta. Che mi piace davvero un sacco.

Bloopers
Due:
- la Sagrada Famiglia che viene indicata come una cattedrale e non lo è.

- in un campo lunghissimo nello spazio ci siamo scordati di cancellare il nome di una delle astronavi in orbita.
Inizialmente ogni nave aveva un suo nome e quando le vedevamo da vicino, il nome era scritto sulle paratie. Abbiamo deciso di eliminarli (come abbiamo eliminato qualsiasi altro nome e o dettaglio tecnico) solo in un secondo tempo, cancellandoli da tutte le pagine in cui apparivano. Qui ci è sfuggito (ma devi proprio guardare le vignette nel dettaglio per accorgetene).

Mi sembra che sia grossomodo tutto.
Al mese prossimo.