27.3.14

Di Garrett, delle porte del paradiso e del bruciare nella gloria.


Noi vecchi compagni non dovremo farci questo a vicenda... non siamo mica rimasti in tanti.

Arriva oggi nelle edicole Garrett, riedizione formato quaderno della miniserie omonima edita alcuni anni fa da BD, già raccolta nel volume intitolato Ucciderò ANCORA Billy the Kid.
Garrett è una storia nata dalla collaborazione tra il sottoscritto, Riccardo Burchielli, Werther Dell'Edera, Cristiano Cucina e Massimo Carnevale.
Se volete saperne di più, QUI SU FUMETTOLOGICA trovate una lunga intervista in cui entro nel dettaglio della serie e degli aspetti più progettuali di tutta l'operazione.
Se invece vi interessa il lato sentimentale di gente che sta iniziando a diventare vecchia, continuate pure a leggere.

Garrett è nato undici anni fa.
Ero in ospedale. Depresso e fremente come sono sempre in questi casi.
Che è esattamente la condizione in cui mi vengono in mente le idee migliori. E le più disperate.
Avevo in testa una storia bizzarra, un mash-up tra due dei miei generi preferiti, il western e l'horror. Il punto della questione era semplice: perché le apocalissi zombie avvengono sempre ai giorni nostri? Come sarebbero andate le cose se i morti fossero iniziati a risorgere sul finire del diciannovesimo secolo, nei pragmatici Stati Uniti d'America dell'epoca, invece che (come i libri di storia ci insegnano) nella moralmente decadente Pennsylvania del 1968?
Come avrebbe reagito la dura gente della frontiera, largamente armata e già abituata a vedersela con gli indiani? Che conseguenze storiche avrebbe avuto un evento del genere?
Lo spunto era divertente ma lo scenario troppo ampio.
Mi serviva un catalizzatore narrativo per raccontare questo mondo, un punto vista umano (o zombie).
E allora mi è venuto in mente mio padre e i tanti film western che mi faceva vedere quando ero ragazzino.
Mio padre e la sua passione per un film in particolare: Pat Garrett & Billy the Kid, di Sam Peckinpah (uno dei miei cinque registi preferiti di ogni tempo).
Non ho nemmeno avuto bisogno di rivederlo: le immagini di quella pellicola ce le avevo dentro da così tanto tempo che mi è bastato chiudere gli occhi per ritrovarmi a Santa Fè, sulle rive di un fiumiciattolo con un buco nella pancia, il sole negli occhi, e la mia sposa messicana al fianco che mi accarezza la testa.

Mamma, prendi il mio distintivo
Io non lo userò mai più.
Si sta facendo buoio. Troppo buio per vedere.
E io mi sento come stessi bussando alle porte del paradiso.
Mamma, seppellisci le mie pistole.
Non ci farò fuoco mai più.
Quella grande nuvola nera sta scendendo sopra di me.
E io mi sento come se stessi bussando alle porte del paradiso.

Knockin on heaven's door.
Bob Dylan.
Pezzo estratto dalla colonna sonora del film di Peckinpah.
L'unico album di Bob Dylan che ho mai veramente amato.
E poi i Guns 'N' Roses che di Knockin avevano dato una loro versione, migliore del pezzo originale (come capita quasi sempre quando qualcun altro canta un pezzo di Dylan).
E poi Jon Bon Jovi e Blaze of Glory.
Altra colonna sonora tratta da un film dedicato al Kid e a Pat Garrett: Young Guns II (pellicola molto sottovalutato e di molto superiore al capitolo originale).
Il western. Gli zombie.Una delle poche cose buone che mi ha lasciato mio padre. Billy the Kid e Pat Garrett. Sam Peckinpah. Bob Dylan. I Guns 'N' Roses. Bon Jovi. Se in questi anni mi avete seguito un minimo, non avrete difficoltà a capire perché quella storia di un amicizie infrante, di ribelli senza causa, di un uomini compromessi, quella storia del tradimento di un grande amore (come già aveva capito Howard Hughes nel padre di tutti i bromance, Il Mio Corpo ti Scalderà), io dovevo raccontarla per forza.

E così, da quell'ospedale, mi sono attaccato al telefono e con quella foga entusiasta che mi piglia sempre quando non ho solo in mente una storia ma tutto il progetto che la sosterrà, ho chiamato l'editore che mi sembrava più adatto e gli autori che avrei voluto a bordo.
Hanno tutti detto di sì e siamo partiti per un'avventura che avrebbe trasformato quell'idea prima in una serie di albi, poi in un volume venduto in varie nazioni e che oggi arriva anche nelle edicole.
E 'stato facile.
Come può essere facile fare un fumetto con grandi talenti, ognuno con con una sua visione.
Facile come lavorare tanto.
Facile come quando l'unica ragione è la passione.
Facile come quando fai la cosa giusta nel momento giusto.
Facile come la vita.
Cioè per niente.

Ma ne è valsa la pena.
Grazie a Marco che ci ha creduto per primo. A Riccardo a Werther, a Cristiano e a Massimo che mi sono venuti dietro.
E alla Cosmo, che ci ha creduto di nuovo.

















25.3.14

Lukas non mi doveva piacere.


Capita alla volte che quando ci si confronta con un libro, un film, un fumetto, un videogioco, lo si valuti non sulla base di quello che davvero è ma sulla base di quello che avremmo voluto che fosse. E lo scarto tra le due cose genera un'insoddisfazione del tutto ingiustificata di cui l'opera in esame e chi l'ha realizzata non ha davvero nessuna colpa. E' uno dei tanti tranelli del fare critica da cui è bene cercare di stare sempre lontani.
Ecco, quando ho iniziato a sentir parlare di Lukas, io ci sono cascato in pieno.
Perché io ho una mia idea e visione di come dovrebbe essere il fumetto Bonelli del futuro e la differenza tra questa mia idea e quella di Michele Medda, mi hanno portato ad avere un pregiudizio nei confronti della serie. Pregiudizio che, nel corso dei mesi, leggendo interviste e anticipazioni, non ha fatto altro che rafforzarsi sino a quando ho avuto modo di leggere il primo albo in .pdf.
Che, ovviamente, non mi è piaciuto.
Ma non era una cosa grave. Mica è detto che se si lavora per una casa editrice poi ti debba piacere tutto quello che quella casa editrice stampa. Ce ne sono un sacco di fumetti Bonelli che non mi sono piaciuti e non ne ho mai fatto particolare mistero o dramma. Del resto, neanche il rispetto profondo che nutro per Medda come autore e professionista, mi ha mai impedito di valutare con sereno distacco le sue cose e credo che lo stesso valga per lui nei confronti delle mie e di quelle di qualsiasi altro sceneggiatore della SBE.
E' giusto e naturale che sia così.

Solo che, in questa caso, avevo torto marcio.
Perché un paio di giorni fa ho preso in mano la versione stampata del primo albo di Lukas e me lo sono letto come se lo leggerebbe un lettore normale (ovvero: uno che poi non scrive sui forum per far vedere di saperla lunga), con la mente sgombra e lo spirito sereno e, sorpresa, me lo sono gustato dall'inizio alla fine come non mi capitava da anni con un fumetto Bonelli.
Perché è un buon fumetto, ben scritto e splendidamente disegnato.
Certo, il suo protagonista è molto meno ruffiano e piacione di come lo avrei fatto io.
Certo, il suo linguaggio è apparentemente più tradizionale rispetto a quello che avrei usato io.
Certo, quella voce in terza persona con quel lettering è una cosa che io avrei fatto diversamente..
Ma IO non c'entro nulla con Lukas.
Io sono quello che Lukas lo legge e Medda è quello che lo scrive.
E lo ha scritto proprio bene, riuscendo a mediare il suo tradizionale piglio indisponente nei confronti delle aspettative del pubblico senza però perdere nemmeno un grammo della sua integrità autoriale.
Lukas è un personaggio a basso tasso empatico che al lettore regala poco.
La città in cui vive, anonima ma tanto simile alla Milano dell'Expo, è un luogo che non ammette facili fascinazioni. Non ci sono rimandi post-moderni, o citazioni, o strizzatine d'occhio di nessun tipo.
Come da tradizione di Medda, il lettore non viene mai imbonito.
La storia è quella, il linguaggio è quello, se vi piace, bene, se non vi piace, circolare che qui c'è gente che lavora.
Il tutto confezionato con una sceneggiatura impeccabile dal punto di vista della distribuzione delle informazioni, del ritmo e (come sempre quando si parla di Medda) e dei dialoghi.
Come già per Caravan, Michele Medda scegli la via della mancanza di compromessi.
A differenza di Caravan però, questa volta c'è la piena volontà e consapevolezza di fare un fumetto popolare e avventuroso, nel pieno solco della tradizione bonelliana.
Ma non è solo questo.
Perché, sì, è vero, Medda opera nel solco della tradizione, ma di quella tradizione prende solo il meglio, scartando tutto quello che non va.
C'è una narrazione limpida e ordinata degli eventi.
Ma non ci sono gli insopportabili spiegoni.
Ci sono dialoghi funzionali alla storia narrata.
Ma non chiacchiere ridondanti.
L'albo si legge grossomodo nello stesso tempo degli altri Bonelli.
Ma la gestione degli stacchi dona a tutta la vicenda un ritmo sostenuto che fa sembrare il tempo di lettura molto più breve.
In poche parole, Lukas è sicuramente un albo Bonelli (cosa che non direi di Orfani, per esempio) ma è un albo Bonelli 2.0 ripulito di tutti quei difetti che una nostra certa maniera di fare fumetti si trascina dietro.
Un portatore sano della nostra tradizione e scuola fumettistica che ottimizza e rimette a lucido, piuttosto che rivoluzionare, e che riesce a dare nuova linfa al fumetto italiano popolare, senza tradirne mai le caratteristiche che lo rendono tale.

Insomma, mi è piaciuto.
Mi è piaciuto anche se è diverso dalla mia idea di Bonelli del futuro.
E non vedo l'ora di leggere il secondo numero.


21.3.14

Captain America: the Winter Soldier - la recensione -


Si può valutare Captain America: the Winter Soldier sotto tre punti vista:

- come un film puro e semplice (sequel del mediocre Captain America: first avengers)
- come un adattamento cinematografico del personaggio
-come ultimo capitolo della serie di storie che i Marvel Studios stanno realizzando per trasportare su pellicola il loro universo

Per questa ragione, ho deciso di dividermi in tre e darvi tre recensioni diverse, il Super Nerd, il Nerd e la Persona Normale.

IL PARERE DI RROBE SUPERNERD
qui insieme al sempre brandizzato Giacomo Bevilacqua.

Winter Soldier è una figata.
La trama complessiva si espande e si intreccia, collegandosi tanto ad Avengers quanto a tutti gli altri film della Marvel Studio e alla serie televisiva Agents of Shield. Mai nessuno aveva avuto l'ardire di portare al cinema un arazzo così complesso e stratificato e si ha davvero l'impressione di stare vedendo nascere qualcosa di nuovo e diverso in termini di linguaggio narrativo. Per molti versi, è la stessa cosa che Stan Lee e Jack Kirby fecero con i fumetti, nei lontani anni '60, solo portata al cinema oggi.
 Tutto è così coerente e pianificato che si potrebbe quasi arrivare a dire che il Marvel Cinematic Universe (un universo tangente ma parallelo a quello "ufficiale" dei fumetti, denominato Universo 616) è ormai il "vero" universo Marvel, l'unico che in qualche maniera riesce a tenere in vita la visione originale dei suoi creatori.
Il film parla lo stesso linguaggio dei Avengers e, vista la presenza di una parte estesa del cast del film di Joss Whedon, ne sembra quasi un'estensione e un completamento. Il tocco di Whedon (supervisore di tutti i film legati ai supereroi dei Marvel Studios) si vede in ogni dialogo e in tante scene chiave.
Inutile dire che, come è ormai tradizione, la prima scena dopo i titoli di coda (ATTENZIONE: sono due), apre interessanti scenari per il futuro seguito di Avengers.
Insomma, sotto il punto di vista della continuity e della creazione di un inedito universo cinematografico coerente e continuativo, Winter Soldier è un tassello fondamentale. Molto più rilevante, per esempio, del secondo capitolo di Thor.


IL PARERE DI RROBE NERD
Terry Richardson non sei nessuno

In linea teorica, Capitan America è uno dei miei personaggi preferiti della Marvel.
In linea pratica, sono così poche le storie davvero buone del personaggio che la mia passione per lui è più una questione di fede che di altro. Tolto il ciclo di Lee e Kirby e le poche storie di Steranko, i fumetti aventi  Capitan America come unico protagonista raramente si sono elevati al di sopra della mediocrità.
Più spesso sono invece sprofondati nella palude della più bieca retorica, del ridicolo e della noia. La verità è che, nei fumetti, il Capitano mostra il meglio come personaggio solo quando inserito in un gruppo (di cui, ovviamente, diventa il naturale leader). Notevoli eccezioni a questa regola sono il ciclo di storie realizzato da Mark Waid e Ron Garney di metà anni '90 e la più recente, lunghissima run di Ed Brubaker.
E' quindi una buona notizia che Winter Soldier prenda spunto proprio dalle storie di Waid e Brubaker, (con una spruzzata delle storie di Steranko e parecchi (ma proprio tanti) elementi presi dalla minisere: Nick Fury vs. Shield.
Il risultato è un film molto più convincente del predecessore.
Un adattamento cinematografico che finalmente ci mostra un Capitano sempre in movimento, sempre in corsa, sempre lanciato verso quella che per chiunque altro sarebbe una morte certa, ma e che per lui è solo il riscaldamento mattutino.
Cap, in questo film, è un personaggio a cui si vuole bene (complice anche una convincente interpretazione di Chris Evans), un uomo tagliato fuori dal tempo che cerca in qualche maniera di inserirsi in un mondo in cui non ha più alcun amico in vita e in cui il suo unico amore è invecchiato e in fin di vita.
Ma, soprattutto, quello che ci restituisce il film è un eroe di quelli che non se ne fanno più.
Integerrimo nel suo rispetto per i valori migliori del sogno americano (anche, e soprattutto, quando è lo stato e il sistema stesso a cercare di pervertirli), dinamico e coatto il giusto, come un vero eroe d'azione deve sempre essere. Questo Cap è la summa di quanto di meglio si è visto nei fumetti e io non posso che amare questo film per la maniera in cui lo ha portato su schermo.
Le cose vanno molto meno bene per quello che riguarda Falcon (personaggio inutile quanto nel fumetto), qui rappresentato anche con un costume orrendo. Nella norma Nick Fury (Samuel Jackson ormai lo interpreta con il pilota automatico tanto è banale) e, tutto sommato sufficiente Vedova Nera (per quanto la Johanson cerchi di fare di tutto per farci dimenticare quanto è bella, ostinandosi a voler recitare).
Resta stranamente sullo sfondo (ed è strano, visto il titolo della pellicola) il Winter Soldier. Che c'è ed è un badass mica da ridere, ma che trova pochissimo approfondimento sia a livello di storia personale, sia a livello di caratterizzazione (ed è un peccato perché Sebastian Stan ha una bella faccia).
Nel film appaiono anche (brevemente) Batroc e Crossbones.
E poi c'è Redford. Ma lui è un discorso a parte e ne parliamo nell'ultima parte della recensione.
In conclusione, sotto il profilo del "è un bel film perché porta bene sullo schermo un personaggio Marvel", questo secondo capitolo delle avventure di Capitan America vince e vince bene.
E non è per niente poco.

IL PARERE DI RROBE
dio come passano gli anni

Il cinema è cosa altra.
Questo è una puntata di un telefilm, pimpata con qualche soldo in più (nemmeno tanti) e mandata in sala.
Sul serio: questo non è cinema.
Non ha il respiro del cinema. Non ha l'occhio del cinema. Non ha il tempo del cinema.
E la cosa non stupisce perché Whedon (di cui rimango un super fan), il cinema non lo sa fare. Lui fa televisione e la fa benissimo. Il fatto che adesso faccia televisione proiettandola su un gigantesco schermo d'argento, non cambia di una virgola questo fatto.
Ma perché parlo di Whedon invece che dei due registi della pellicola, Anthony e Joe Russo?
Intanto perché sono due, e quando i registi sono due, vuol dire sempre che, in realtà, non è nemmeno uno.
E poi perché è noto a tutti che Whedon metta lo zampino in maniera molto invasiva su tutti i film Marvel, arrivando a rimontarli, a rigirare scene e ad aggiungere dialoghi. Quindi, ignoriamo i due pupazzi messi sul set per gridare "AZIONE" e "STOP" e parliamo del vero artefice di questo film: Joss - ho fatto Avenger quindi sono un vero regista di cinema perché nessuno ha notato che era girato come una puntata di Buffy - Whedon.
Whedon ha un tocco speciale per i dialoghi. E' molto bravo con l'ironia. Gestisce il ritmo in una maniera meravigliosa se si tratta di cose da quaranta minuti. E pensa in formato 4:3.
C'è poco da fare.
Non c'è un momento in tutto Captain America: the Winter Soldier in cui il film si apra davvero e respiri.
E non parlo solo di spettacolarità ma anche, semplicemente, di profondità di campo, di ampiezza dello sguardo.
Per capirsi: è più cinamtografica la serie di True Detective, per occhio e ritmo, che tutto Winter Soldier.
E sì che su Winter Soldier ci sono tre (dicasi TRE) Helicarrier che decollano, un mucchio di combattimenti, un bell'inseguimento tra le strade e un sacco di divi della Hollywood che conta.
Ma niente, non è cinema.
Mai.
Anzi, sì.
In un momento sì.
E' un attimo sul finale, in cui Redford, inquadrato in piano americano, si volta verso dei tipi e fa il suo sorriso.
Quel sorriso che se avete visto almeno un buon film con Redford, dovreste conoscere bene.
Redford sorride e si stringe nelle spalle, come a dire "e che ci volete fare?".
E per un attimo, un attimo soltanto, Winter Soldier vi porta a Hollywood. La grande Hollywood.
Poi ripiomba nel via cavo.
E pazienza.





18.3.14

4 Hoods OPEN



Dunque.
4 Hoods.

Per quelli che non sanno bene cos'è, un breve riassunto:
qualche tempo fa ho iniziato a fare dei disegnetti per sfottere amichevolmente tutti quei fumetti intimisti e sensibili, dove succede poco, ci sono un sacco di silenzi e nulla si risolve.
Il grido era "L'AVVENTURA E BASTA!".
Il problema è che ci ho preso gusto e, disegno dopo disegno, ho trovato prima una sintesi e poi dei pupazzi che, in qualche maniera, funzionavano.
Gli ho dato un nome, 4 Hoods appunto, e - per scherzo - gli ho aperto una pagina Facebook.
Quello che non mi aspettavo è che la pagina arrivasse a 2000 like nel giro di mezz'ora e che cominciassero ad arrivarmi omaggi da amici, colleghi e appassionati.
Disegni, illustrazioni, interi fumetti, pupazzetti magliette, persino un mini-videogioco.





































Tanto per darvi un'idea...

Nello stesso tempo, ho ricevuto un mucchio di proposte da editore e aziende varie per farne un fumetto, un libro, delle magliette, un gioco da tavola o un gdr.
Insomma, per qualche strana alchimia questi pupazzi sono piaciuti.
Meglio perché mi diverto a disegnarli.

Però, il lato spontaneo di tutta la faccenda mi ha colpito e quindi ho deciso di provare a sostenerlo.
In poche parole, da oggi 4 Hoods diventa un progetto aperto a tutti.
Volete farne un fumetto? Accomodatevi pure.
Io gli darò la massima visibilità possibile sui miei social.
Volete farne magliette?
Prego, è vostro.
Volete creare un gioco di ruolo homebrew?
Mandatemi il regolamento che magari ci gioco pure io.
E via dicendo.

Le uniche condizioni per partecipare al progetto social di 4 Hoods sono le seguenti:

- qualsiasi cosa decidiate di fare, deve essere senza scopo di lucro.

- mi riservo il diritto di non condividere quei contenuti che, in qualche maniera, si allontanino troppo dal tono del progetto stesso.

- nel vostro progetto, dovete indicare sempre il creatore originale (il sottoscritto) e rimandare alla pagina FB ufficiale dei 4 Hoods.

- La storia legata al PROLOGO (l'avventura per la liberazione della principessa Mary Coraggio, l'Escluso e via dicendo), sono robe mie su cui sto lavorando. Non usatele per le vostre storie.

OVVIAMENTE: il vostro lavoro non potrà essere sfruttato da me per scopi di lucro.

Tutto qui.
Divertitevi. Se vi va.
Io, intanto, continuo a lavorare sulla mia versione dei 4 Hoods.

PER L'AVVENTURA. SOLO PER L'AVVENTURA!

10.3.14

4 Hoods - prologo -


Cari amici del Club dell'Avventura,
chi vi scrive, è la Principessa Coraggio, membro n. 35047 della vostra associazione.
Mi rivolgo a voi per sollecitare un pronto intervento in una situazione che mi vede come sfortunata protagonista.
Sono infatti stata rapita da un Gigante delle Nevi, che mi ha rinchiusa nell'alta torre tra i picchi innevati di Monte Piccone. Essendo io una principessa ci sarebbe da aspettarsi che molti nobili eroi si siano lanciati al mio salvataggio, giusto?

Sbagliato.

La mia matrigna, attuale reggente del regno dopo la morte di mio padre, non ha infatti alcun interesse alla mia liberazione e ha fatto desistere molti cavalieri dal tentare di salvarmi.
Non ho quindi che voi, nobili Avventurieri, a cui rivolgermi.
Sapendo che mai un Avventuriero potrà ignorare il grido di aiuto di una fanciulla in pericolo. Specie se è un membro del vostro club.
Attendo quindi fiduciosa il vostro intervento. Qui, nel castello tra i picchi di Monte Piccone.

p.s.
pur avendo regolarmente inviato i miei bollini, non ho ancora ricevuto l'Anello e il Distintivo dell'Avventuriero. Quando invierete i vostri eroi, non è che potreste darglieli, in modo da risparmiare tempo?

p.p.s.
Come da procedura, affido questa missiva alle nere ali di un corvo. Consapevole che lui saprà dove portarla.

In fede e fiducia vostra 
Principessa Mary Coraggio.






Il Grande Avventuriero legge le lettere che gli inviano i membri della sua associazione ogni giovedì e ama rispondere a ogni missiva personalmente.
E' quindi un giovedì quando venne raggiunto dalle parole della principessa Coraggio e, per quanto le principesse in pericolo fossero ordinaria amministrazione per gli Avventurieri, il fatto che un membro del club non avesse regolarmente ricevuto il suo Anello e il Distintivo, era una faccenda tremendamente seria.
Decise quindi di risolvere subito la situazione.
Il venerdì, invece, il Grande Avventuriero ama giocare a bocce.


Cinque avventurieri vennero scelti.
Tra i più coraggiosi e impavidi.
E tra quelli che risposero alle mail.





VIOLA
L'ardimentoso assassino.
L'ombra dell'ombra.
E con lui, il Danno e la Beffa, le due crudeli lame avvelenate che porta celate nel suo mantello.



ROSSO
Il nato-magico.



VERDE
Lo stratega.
Il condottiero naturale.
Vittima di una maledizione, le sue parole risultano incomprensibili a quelli che le ascoltano.
Per questo usa le frecce.





BARBA
Il bello.



Uno venne escluso dal Grande Avventuriero.
Per motivi sconosciuti.
Secondo alcuni, fu un atto di leggerezza da parte dell'anziano, dettato esclusivamente da ragioni estetiche.



L'Escluso giurò vendetta.
E sparì.




I quattro cappucci si misero in viaggio.



Una grande impresa li attendeva.



L'AVVENTURA... era cominciata!!




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