29.12.14

4 Hoods: la Grande Avventura

Dunque, dei 4 Hoods vi ho già parlato (QUI, QUI, QUI e QUI)
Rispetto a quando sono nati, alcune cose sono andate avanti, altre hanno perso la loro spinta inziale.
L'intero progetto ha cambiato natura e, pur non potendo rivelare nulla al momento, posso dirvi che qualcosa di grosso bolle in pentola e che se tutto va in porto, se ne parlerà molto in futuro.
E visto che le cose si stanno sviluppano in tempi veloci, sono tornato al tavolo da disegno.
Qui di seguito potete vedere lo sviluppo di una tavola per una storiellina di prova.
Se poi volete seguire da vicino il progetto, la pagina Facebook è QUESTA.







23.12.14

Gone Girl - l'amore bugiardo - la recensione


Non c'è molto da dire su Gone Girl (mi rifiuto di utilizzare il titolo italiano) se non che è il miglior film del 2014 e, probabilmente, uno dei migliori film degli ultimi anni.
Fincher si diverte nel giocare a fare Hitchcock, costruendo sulla base del romanzo e della sceneggiatura di Gillian Flynn, un thriller d'altri tempi, sofisticato, intelligente, pieno di svolte e ribaltamenti. Ma se si limitasse a questo, sarebbe solo un (bel) compitino.
Perché quello in cui Fincher eccelle in questa pellicola è la maniera in cui serve il sottotesto, confezionando un film che tolta l'eccezionale sovrastruttura di mistery, non è altro che una riflessione spietata e nerissima intorno al tema della coppia, del matrimonio e dei rapporti umani in generale.
Il tutto viene impreziosito da una regia formalissima ma mai fredda, da una fotografia da sturbo, da un montaggio eccezionale e da una colonna sonora da mozzare il fiato (sempre i "soliti" Trent Reznor e Atticus Ross).
Menzione di merito per il cast, tutto sopra la media, a cominciare da quella Rosamund Pike che è una mia fissa dai tempi di James Bond, per passare a un sorprendentemente bravo Ben Affleck, a un Neil Patrick Harris finalmente in una parte cinematografica degna, alla notevole Carrie Conn, fino alle meravigliose tette di Emily Ratajkowki, AKA la donna più bella del mondo (che, oltretutto, recita molto bene nella piccola parte che ha).
Quando un film è così bello è praticamente inutile dilungarsi troppo in un commento a meno che non si voglia entrare in una analisi approfondita, che però, data la natura del soggetto, al momento sarebbe un delitto.
Il mio consiglio? Fiondatevi IN SALA (la fotografia merita davvero) e guardatelo.





19.12.14

Big Hero 6 - la recensione -



Dividerò questa recensione in tre parti:

- quella dello spettatore normale, che entra al cinema, si siede, e non pensa a nulla se non a guardarsi (e magari a gustarsi) il film.

- quella del narratore, che un film lo studia e se lo smonta in testa, per cercare di capire cosa gli piace, cosa non gli piace, e perché.

- quella dell'addetto ai lavori che, in base alla sua esperienza e a quello che sa del settore, cerca di vedere oltre il film.

In ordine di importanza, queste tre parti hanno rispettivamente il valore di cento, dieci e uno.
Quindi, non facciamo che poi date peso alle cose che peso non dovrebbero averne.


IL PARERE DELLO SPETTATORE NORMALE
In sole sei parole: questo film mi ha reso felice.

Andate a vedere senza remore.


IL PARERE DEL NARRATORE.
Il livello tecnico è fuori scala.
Come già per Rapunzel e Ralph Spaccatutto, la Disney umilia qualsiasi altro studio di animazione in CG. Non c'è Pixar o Dreamworks che tengano. Siamo proprio su di un altro pianeta.
Credevate che la scena del volo del drago in Dragon Trainer 2 fosse bella? Ecco, qui ce n'è una analoga ma superiore. Pensavate che gli effetti materici e particellari messi in campo dalla Pixar negli ultimi film fossero lo standard qualitativo massimo? Ecco, Big Hero 6 li ridefinisce da capo.
L'unica cosa con cui questo film è comparabile è, appunto, Rapunzel. E, per capirsi, Rapunzel è uno dei più costosi film d'animazione in CG mai realizzato (se non il più costoso).
Sul livello prettamente artistico, anche qui, siamo fuori scala. Design meravigliosi (Kabuki è uno dei cattivi più belli di sempre), gusto squisito, attenzione maniacale in ogni dettaglio.
Con poche linee minimali e con un lavoro d'animazione che sfiora il miracolo, quelli della Disney fanno innamorare gli spettatori di un pupazzone bianco di plastica gonfiabile in, più o meno, venti secondi. Ripeto: fuori scala.
Se proprio vogliamo trovare un difetto, si può dire che il canone di caratterizzazione dei personaggi umani definito dal lavoro di quel genio di Glen Keane e poi ripreso da chiunque altro, comincia a essere sin troppo standardizzato e che, forse, sarebbe ora di andare avanti.
C'è pure da ammettere però che in questo caso è declinato talmente bene che chissenefrega.
Per quello che riguarda la storia, che dire? E' bella per quanto semplice e fedele quasi in maniera dogmatica ai precetti narratologici di Robert McKee. Tre atti, arco narrativa dell'eroe e via dicendo.
Uno spettatore minimamente smaliziato capirà l'unico colpo di scena presente con eoni di anticipo e, in linea generale, non verrà sorpreso da nessuno sviluppo della storia.
MA... non è importante.
Perché tutto è servito talmente bene  che il coinvolgimento emozionale ci sarà comunque.
Aggiungete al tutto una regia davvero sapiente e una bellissima colonna sonora e un nuovo classico istantaneo della Disney è servito.

Andate a vederlo senza remore.


IL PARERE DELL'ADDETTO AI LAVORI
Ci sono molti aspetti di cui parlare.
Il primo è quello che, di fatto, questo è il primo film della Disney tratto da una proprietà intellettuale della Marvel (QUI trovate la scheda del fumetto originale). Il film però, non ha il marchio della Casa delle Idee e non si iscrive affatto nell'universo dei personaggi Marvel. Curioso.
La Disney ha preso l'idea di alcuni personaggi, li ha riscritti e reinventati  e li ha calata in un universo narrativo nuovo di zecca. In sostanza, hanno preso un supergruppo della Marvel (di terzissima fascia) e ci hanno creato il primo supergruppo, di primissima fascia, di casa Disney.
Operazione stramba, più che altro perché non se ne capisce bene il bisogno visto che i personaggi originali della Marvel non erano nulla di speciale o originale e, se non fosse stato per il lavoro di reinvenzione operato dalla Disney, nessuno li avrebbe filati di striscio.
Quello che si evince da tutta l'operazione è la smania della Disney di avere proprietà intellettuali proprie, nel segmento dei supereroi. E ci riesce anche bene, sia chiaro.
L'unica domanda è: perché?
AVETE LA MARVEL CAZZO, FATE UN FILM COSI' BELLO CON I VENDICATORI E MI FARETE FELICE PER SEMPRE!!

Ma quindi di elementi Marvel non ce sono, nel film?
Al contrario.
Tanto cast artistico è della Casa delle Idee ma anche tante citazioni dirette o indirette, a cominciare da Stan Lee (che appare in un quadro e in una scena dopo i titoli di coda che non vi posso rivelare senza fare spoiler).
E, a proposito di Stan Lee, vorrei dire una cosa:
premesso che io nella disputa tra Stan "the Man" e Jack "the King", ho sempre pensato che Kirby avesse ragione di essere incazzato ma si prendesse troppi meriti e che non riconoscesse al sorridente il suo giusto ruolo, trovo comunque che l'attuale celebrazione di Stan Lee e la completa omissione di Jack Kirby sia una cosa da voltastomaco. E questo Big Hero 6 non ha migliorato la questione, anzi.
Altra nota interessante (e inquietante) è come tutto il film sia pensato per far presa in primo luogo sui mercati asiatici, Cina e Giappone in testa.
La città in cui è ambientata la vicenda si chiama San Fransokio, tutti i personaggi e gli oggetti sono un misto culturale e raziale tra oriente e occidente. E, per carità. se guardassimo la cosa sotto il punto di vista della fratellanza culturale, sarebbe bellissimo. Peccato che, invece, tutto puzzi lontano un miglio di "i cinesi e i giapponesi sono più di un milardo e mezzo di persone. L'economia del presente e del futuro è la loro. Iniziamo a mettere eroi giappo-cinesi nelle nostre storie, SUBITO!"
Insomma, se fosse stato fatto con intenzioni più nobili e meno palesemente commerciali, sarebbe stato meglio. Ma del resto, Hollywood è riuscita a sfornare un remake di Karate Kid ambientato in Cina dove il protagonista impara il Kung Fu... che pretendiamo?

Andate a vederlo solo se non siete allergici alle smaccate operazioni di marketing.

E con questo è tutto.
Ho amato questo film e lo rivedrò più volte. Spero che lo facciate anche voi.

















17.12.14

Ronin di Frank Miller


E' uscita la nuova edizione della Lion.
L'edizione è molto bella e di grande formato.
Al suo interno, una mia postfazione (come già capitato per Il Ritorno del Cavaliere Oscuro).
Ve la propongo.

FRANK MILLER, IL BUSHI.
di Roberto Recchioni

La via del samurai è la morte.
La via del ronin è il disonore. 
La via di Frank Miller è il segno e la parola. Elementi uniti insieme, in un solo colpo di spada.

Nel 1982 Frank Miller è un autore di venticinque anni che ha appena messo sotto la cintura una straorinaria run di storie sulla testata Daredevil in cui  si è divertito a sperimentare un'ardita commistione tra il noir, il supereroistico e i film di arti marziali (di ninja, in particolare, che in quegli anni sono di gran moda negli USA), tra il fumetto classico americano (quello di Will Eisner, per capirsi), quello di supereroi, quello europeo e (cosa assolutamente inedita per il periodo) il manga.
Miller, infatti, in quegli anni è incappato in un capolavoro del fumetto giapponese, quel Kozure Ōkami che poi sarà conosciuto in tutto il mondo come Lone Wolf & Cub. 
Non lo può leggere, Miller, perché i volumi di cui è in possesso non sono tradotti, ma questo non gli impedisce di capire lo straordinario portato della narrativa per immagini messa in scena da Kazuo Koike e Goseki Kojima (i due autori dell'opera) e rimanerne travolo. 
Ma non basta. Perché proprio come tutti i giovani incazzati e di talento, Miller è affamato e onnivoro e oltre che agli Usa e al Giappone, il suo sguardo spazia anche verro l'Europa, dove incappa nelle straordinarie pagine di Moebius e Hugo Pratt. Così, quando Jim Shooter propone a Miller di realizzare una graphic novel per la Epic, linea adulta della Marvel, l'autore ha già in testa un'idea precisa di cosa gli piacerebbe fare: una storia ambientata tra i Giappone feudale e il futuro, disegnata a mezza via tra il manga, il fumetto francese e quello italiano. Il tutto deformato e fatto esplodere alla maniera dei comics USA. Una provocazione artistica e culturale, un fumetto d'autore sabotato dalla cultura pop e sparato a tradimento contro il lettore di supertizi in calzamaglia.
Consapevolmente o meno, il progetto che Miller inizia delineare è un'opera che concettualmente somiglia in maniera pericolosamente eccitante a quanto fatto pochi anni primi dai i mostri sacri del fumetto mondiale sulla rivista Métal Hurlant. 
E' qualcosa che nel bigotto, noioso, perbenista, panorama del fumetto americano dell'epoca, non si è mai vista. Qualcosa che, forse, non è adatta per la Marvel di quegli anni ma che è perfetta per la DC, che all'inizio degli anni '80 sta iniziando a fare interessanti esperimenti in ambito editoriale e che con la miniserie Camelot 3000 ha dato il via alla pubblicazioni di miniserie più o meno lunghe, edite in edizioni di particolare pregio (per quegli anni, in cui i fumetti erano stampati su carta di pessima qualità). Miller viene quindi sedotto dall'illuminata editor Jenette Khan (la stessa mente illuminata che, pochi anni dopo, darà il via per opere come il Ritorno del Cavaliere Oscuro dello stesso Miller, per il Watchmen di Alan Moore, per l'Hellblazer di Moore-Delano e per il Sandman di Neil Gaiman) e si mette al lavoro.
E' una lavorazione anomala per Miller che si impone di lavorare come lavorano gli europei, scrivendo l'intera sceneggiatura vignetta per vignetta, non limitandosi a quel grosso plot riassuntivo tipico del metodo all'americana reso celebre da Stan (Lee) e Jack (Kirby).
Con la stessa tecnica di sceneggiatura, Miller scriverà tutte le sue opere più importanti (e più solide) della sua carriera (dal già citato Ritorno del Cavaliere Oscuro a Batman: anno uno).
Una volta completato lo script, si passa ai disegni. 
E qui Miller si diverte e si lascia andare. Da una parte porta coerentemente avanti il discorso già iniziato su Daredevil, sviluppando la narrazione su vignette a tutta fascia sovrapposte, frammentando l'azione in mille dettagli e dilatando i tempi narrativi (forte, in questo senso, l'influenza del fumetto orientale). Dall'altra parte, è sul segno che Miller sperimenta di più.
Non dovendo più sottostare alle chine violente (ma bellissime) di Klaus Janson, l'autore si permette il lusso di andare in direzione opposta e contraria, lasciandosi influenzare dai tratteggi ordinati e ossessivi di Moebius e dal feroce intreccio di linee di Kojima.
Forse per l'unica volta nella sua carriera di artista, Miller cerca il semitono, la sfumatura, il grigio.
Il risultato è interessante ma discontinuo. 
Evidenti e a tratti mal digerite le varie influenze, alcune pagine di Ronin hanno però un'efficacia e una visionarità che mai più si riscontrerà nell'opera del sindaco di Sin City. 
E' comunque nella pura e semplice narrazione per immagini, negli attimi che l'autore decide di mostrarci e nel modo in cui questa serie di attimi si legano l'uno all'altro, che l'opera trova la sua eccellenza. In quello e nella storia, che è bizzarra, originale e ardita, e che rappresenta all'interno del corpo dell'opera milleriana quasi un elemento alieno.
In sostanza, Ronin è, al tempo stesso, la meno e la più rappresentativa delle opere di Frank Miller.
Una lettura indispensabile per chi lo ama. Una possibile grande sopresa per chi lo odia.

Prima di chiudere, mi permetto una curiosità:
provate a confrontare la scena di quando il ronin protagonista della storia di Miller si risveglia, entra nel negozio del rigattiere, ritrova la sua spada e poi entra nel bar e fa una strage, con la scena del film Pulp Fiction in cui Bruce Willis si arma per andare a fare a fettine di Zed e dello storpio. Poi guardate le date delle due opere.
C'è una ragione per cui Frank Miller è Frank Miller. Non scordatevelo mai.

16.12.14

Lo Hobbit: la battaglia delle cinque armate - la recensione -


144 minuti.
10 di prologo con Smaug che fa quello che deve fare e finisce come deve finire (sigh).
44 di chiacchiere, scene di raccordo, fegatelli e tutta quella roba strettamente indispensabile per darla da bere al pubblico e far credere che si è raccontata una storia.
90 minuti di una sola, lunga, estenuante, infinita, battaglia. Girata benissimo.
Praticamente è come il terzo atto dell'Ultimo dei Mohicani, solo che dura tutto il film.
Ma come cazzo faccio a dirvi che il terzo capitolo de Lo Hobbit è un brutto film?
Intendiamoci: sono certo che una parte bella ampia del pubblico lo odierà.
Che dirà che è, appunto, solo una lunghissima e non necessaria baruffa.
Che Jackson ha allungato il brodo e che è ovvio che se cerchi di trarre tre film da un libercolo che si legge in un pomeriggio, alla fine sei costretto a fare un film che è fatto solo di mazzate.
Che il film è del tutto squilibrato, con quel prologo che tradisce e uccide quanto di buono si era costruito nel secondo capitolo.
Che è noioso.
Eppure, per me, che penso che il cinema sia prima di tutto una questione di immagini in movimento e che se c'è una bella e solida storia è meglio, ma che se non c'è pazienza (a fronte di un livello visivo superiore), questo terzo capitolo è un gioiello che vive indipendetemente dal rapporto con i film che lo hanno preceduto. Anzi, mettiamola così: vive indipendentemente dalla storia (che non c'è), dai suoi personaggi (che sono e rimangono impalpabili, nonostante un cast meraviglioso) e dalla sue ambizioni narrative.
Lo Hobbit: la battaglia delle cinque armate è puro cinema di movimento. Un capolavoro visivo che non ha alcuna pretesa di raccontare nulla di più che l'azione per l'azione. Il gesto per il gesto.
E che, proprio per questo, fuori dalla sua storia oggettiva, è infinitamente pregno di significato.
E voi direte: ma che cazzo stai dicendo?
Che, per me, roba come questo film d Peter Jackson o il terzo capitolo di Transformers di Michael Bay, hanno più attinenza con un certo tipo di nouvelle vague (tipo À bout de souffle per capirci) che con i giocattolini di plastica che Hollywood ci propina. Mi spiego ancora meglio (che sul web servono i sottotitoli per non capenti):
io credo che Jackson, spacciando il suo film per il solito polpettone fantasy-epico e vestondolo come tale, giri invece un film fortemente di rottura sia rispetto alla sua filmografia, sia rispetto a quella ricetta per la cottura standard di un buon polpettone, che è alla base delle cucina da blockbuster made in USA. E questo, ve lo giuro, non è per un cazzo poco. Poi, è ovvio, siete liberi di odiare il film in ogni sua sfumatura, ma fatelo per quello che è (una roba autoriale, estrema e senza compromessi) e non per quello che non è (l'ennesimo film per nerd).
Insomma, io ve lo consiglio.
Ma sono sicuro che mi odierete per questo.



p.s.
cose a margine per chi ha proprio bisogno dei compitini:

- "E' previsto che si vedano degli Hobbit in questo film di Hobbit?"
Risposta: no.
Bilbo è a dir poco marginale.

- Orlando Bloom e il suo cazzo di Legolas che deve fare una cosa ridicola a film (e qui ne fa ben due) rimane la cosa più divertente da odiare di tutti e sedici gli anni che Jackson ha speso nella Terra di Mezzo.

- Radagast, al pari di Jar Jar Binks, è stato quasi tolto di mezzo. Ma per quel che poco che si vede, da fastidio.